Sintesi Italiana: intervista a Marcello Colò

Una rubrica dedicata ai protagonisti della realizzazione di sintetizzatori e tastiere “Made in Italy”.

Il nostro paese ha dato un forte contributo allo sviluppo di questo settore, soprattutto in una regione come le Marche: si pensi a marchi storici oramai scomparsi quali Farfisa, CRB Elettronica, Welson, Pari, ELKA o Generalmusic, ma anche a realtà sopravvissute (o rinate) come Crumar, Ketron, Orla, Fatar/Studiologic o Dexibell.

 

marcello colò

La prima sede della CRB Elettronica in zona Baraccola, ad Ancona.

In queste aziende sono nate professionalmente alcune personalità che hanno poi proseguito la propria carriera in brand stranieri quali Korg, Roland o Yamaha, arricchendo la musica tutta con la propria creatività. Ho deciso di dare voce ad alcune di queste menti musicali, perché con tutta probabilità molti di voi hanno suonato (o suonano) strumenti studiati da questi pionieri e inventori. Il primo che vi propongo è Marcello Colò, un musicista che in oltre 40 anni di attività ha collaborato con diverse aziende storiche del settore. L’ho raggiunto nel quartier generale di Ketron ad Ancona: ecco la nostra chiacchierata.

 

marcello colò

Marcello Colò in azione nello stand Ketron, al Musikmesse 2017

IL LAVORO

Riccardo Gerbi: se dovessi descriverlo in poche righe?


Marcello Colò: Nel nostro campo ci sono varie sfaccettature delle professionalità che - secondo i casi - possono mettere in ballo la creatività, le capacità come programmatore, come arrangiatore, e così via. Una capacità acquisita in questo settore è sicuramente quella di avere una visione più aperta del mercato: interagire con altre realtà ti permette di cogliere sensibilità ed esigenze di musicisti in tutto il mondo, riuscendo a soddisfarli. Non sei un chiaroveggente, più semplicemente sei con "le mani in pasta" quotidianamente, e sai cogliere prima degli altri i cambiamenti del mercato.

 

RG: Anche il lato umano è stato importante...

 

MC: Assolutamente. confrontarsi negli anni in altre aziende con colleghi e amici come - per esempio - Gianni Giudici o Francesco Castagna è stato importante. Nel confronto tra diverse visioni e tipologie di approccio il risultato è uno strumento più flessibile.

L’ELETTRONICA NELLE MARCHE

RG: Com'è cambiato il comparto in questa regione negli ultimi 40 anni?

 

MC: Negli anni settanta c'era poca cultura e molto entusiasmo. C'era un gran coraggio imprenditoriale e la voglia di uscire da questa piccola realtà regionale, quindi si inventava un po' di tutto, ma senza basi culturali per programmare un futuro. Anche tu ricordi la miriade di aziende nate in quel periodo, che pur di produrre strumenti musicali si facevano aiutare da musicisti e tecnici esterni, perché il know how non c'era.

 

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L'ex sede della Pari a Castelfidardo

 

In seguito, negli anni ottanta ci fu un'altra grossa crisi e chi aveva acquisito competenze è sopravvissuto, mentre gli altri sono tutti scomparsi. Dagli anni novanta ai giorni nostri se sono scomparse delle aziende in questa zona è solo per errori imprenditoriali. Se la fantasia è sempre stata il nostro punto forte, oggi anche in termini di cultura e tecnologia non abbiamo più nulla da invidiare a nessuno.

LA CARRIERA DI MARCELLO COLO'

RG: partiamo dall’esordio in CRB Elettronica…


MC: Non avevo ancora venti anni, e ho vissuto tra forti emozioni e grande curiosità, perché, come spiegato prima, ho scoperto che i compiti andavano ben oltre quelli del musicista. Un progetto era letteralmente un arrampicarsi in una ricerca tecnologico-musicale al fine di realizzare uno strumento innovativo sotto il profilo timbrico e sonoro. Stimolare la creatività del musicista attraverso lo studio di un nuovo strumento è un lato di questo mestiere che mi affascina da allora.

 

RG: Oltretutto, la musica andava di pari passo con il progresso tecnologico...


MC: Esatto, pensa agli stimoli che ha regalato al musicista la sintesi sottrattiva in principio, oppure la FM negli anni ottanta. Sono state epoche di creatività assoluta, la musica era arte allo stato puro. Oggi noto purtroppo un'inversione di tendenza nel musicista: il suono è platinato, praticamente perfetto anche su strumenti economici, ma la creatività si è un po’ appiattita.

 

RG: Colpa anche del mercato?


MC: Oggi purtroppo molti management dimenticano la passione, e questo non è un bene discutendo di strumenti musicali, perché devono ancora essere in grado di emozionare. Dalla mano dell’uomo e il saldatore siamo passati ai robot, ma si è perso di vista il fine ultimo: lo strumento deve sempre generare arte, emozioni. Quando nelle fiere del settore si è cominciato a discutere di specifiche tecniche e di numeri con gli appassionati, ho capito che si stava finendo su un binario morto. Un musicista deve interagire con un altro musicista, in grado di veicolare un messaggio che invogli a fare musica: questo può generare numeri, non il contrario.

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Anno 1977: Marcello Colò impegnato con il sintetizzatore Uranus della CRB Elettronica

MARKETING O EMOZIONI?

RG: Il marketing ha prevalso sulle emozioni?


MC: Per me si, perché la memoria emotiva dell’utente è importante. Il musicista è capace di tenere per anni un preciso strumento, perché innamorato di alcune timbriche contenute in esso. Pensare all’epoca che gli strumenti musicali fossero un “tool” per fare soldi si è rivelato un boomerang, perché saturare il mercato ha generato nell'utenza una sorta di riluttanza di fronte a nuove proposte volte a estenderne la creatività musicale.

 

RG: Tornando alla tua attività, dopo l'esperienza in CRB cosa è accaduto?


MC: In seguito ci sono state diverse collaborazioni con brand quali Welson, Crumar, Farfisa o Pari, per esempio. In Crumar si respirava già la voglia di realizzare uno strumento adatto anche per il palco, mentre nelle altre aziende i progetti erano sempre prevalentemente rivolti all'ambito casalingo.

 

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Il sintetizzatore Welson Syntex

 

RG: quale esperienza di quel periodo ti è rimasta nel cuore?


MC: In Welson fu un’esperienza proficua, perché oltre agli organi nei loro laboratori ci siamo approcciati alle prime tecnologie di sintesi: un esempio concreto è il progetto del sintetizzatore monofonico Syntex.  Dopo Welson mi dedicai per un triennio solo alla musica: lavoravo in sala di registrazione, dividendomi tra la produzione musicale e quella teatrale. L’esperienza con la allora neonata Compagnia della Rancia fu particolarmente formativa: lavorai full time per un mese intero sulle musiche per l’opera “La piccola bottega degli orrori”. Un triennio di pura gavetta, fatto anche di realizzazione di jingle televisivi, collaborazione con altri musicisti o produzioni per festival di musica d’autore. Una bella palestra!

L’ESPERIENZA IN GENERALMUSIC

RG: Dopo questo triennio ci sono stati ben 12 anni in Generalmusic…


MC: Per me Generalmusic è stata una sorta di nave scuola, perché sapeva creare delle figure professionali per questo settore. Oltre a ricoprire la figura del dimostratore mondiale del marchio, in azienda ero impegnato nel laboratorio di ricerca e sviluppo. Non dimentichiamo che Generalmusic all’epoca era l’unica azienda italiana che sviluppava tecnologia nei propri laboratori: dai DSP fino ai software o le timbriche mirate per ciascuno strumento.

 

1990: brochure pubblicitaria della GEM WS1 per il mercato cinese

 

RG: a quali progetti sei rimasto affezionato?


MC: Io sono entrato ai tempi della WS2, la prima workstation con un lettore floppy e un sequencer integrato a 5 tracce. Con la WS2 nacque un team per la creazione di song e style a supporto, e questa fu un’idea vincente in termini commerciali, per un motivo che oggi può lasciare perplessi: il floppy era duplicabile. La pirateria all’epoca era un fenomeno marginale, e il musicista era rassicurato dal sapere di poter fare delle copie di sicurezza del proprio database di song e style. Vendevamo migliaia di tastiere e moduli arranger grazie al floppy!

 

RG: in seguito, sei stato coinvolto anche nel progetto dell’S2…

 

MC: Una bella sfida, perché S2 nacque dalla passione di un team veramente affiatato di tecnici e musicisti. In questo progetto ho curato la realizzazione del sequencer, con particolare attenzione per le funzioni del menu microscopico. L’esordio sul mercato di S2 non fu semplice, perché il pubblico inizialmente non capì le reali potenzialità; oggi mi sorprende scoprire che diversi musicisti mantengono ancora un S2 nel proprio setup. Parallelamente all’S2 sviluppammo anche la WX2, la prima workstation arranger con la visualizzazione di testo e accordi estrapolati dal MIDI File. In seguito, nella serie WK ci spingemmo oltre con le innovazioni, inserendo per esempio l’hard disk, la porta SCSI o un generoso display VGA.

 

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Primi anni novanta: Marcello Colò in Brasile per un tour dimostrativo di S2

 

RG: E l’esperienza come dimostratore?


MC: Ho girato praticamente tutto il mondo. Generalmusic fu tra le prime aziende a sviluppare varianti etniche dei propri strumenti, e durante le dimostrazioni in Medio Oriente o in Asia raccoglievo per l’azienda nuove informazioni su strumenti e cultura musicale del luogo. Ricordo con piacere un tour di due mesi partendo dall’Indonesia arrivando fino al Giappone, con le tastiere come bagaglio a mano!

 

RG: Gli ultimi progetti con Generalmusic?


Nell’ultimo periodo in Generalmusic ho ricoperto il ruolo di responsabile della gamma di pianoforti digitali home del brand Baldwin (distribuiti in America ndr), perché l’azienda intuì con largo anticipo l’espansione di questo mercato. Sulla linea di pianoforti digitali stage si investì molto, collaborando con musicisti del calibro di Keith Emerson, Jason Miles o Russell Ferrante. In Generalmusic furono 12 anni di puro entusiasmo.

 

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Lo stabilimento di Generalmusic a Squartabue (Recanati) in stato di abbandono

 

RG: Ricordo la nostra discussione alla notizia del fallimento nel 2011…

 

MC: Fu un grosso dispiacere, perché un paese che si rispetti non dovrebbe mai permettere questo. Si disperdono professionalità e competenze importanti nel settore, figure che per vivere sono costrette addirittura a cambiare tipologia di lavoro. Ingegneri specializzati nella progettazione di DSP, che oggi magari lavorano in una municipalizzata: ma è possibile? Questa per me è una sconfitta non solo tecnologica, ma etica.

L’ESPERIENZA IN KORG ITALY

RG: dopo Generalmusic, l’approdo in Korg Italy…

 

MC: Un’altra esperienza formativa in termini di dinamiche aziendali. Un progetto non era gestito dal quartier generale in Giappone, ma veniva discusso con altre realtà importanti allestite in Inghilterra e in Germania. Questa rete di team coinvolti nel progetto mi ha permesso un’ulteriore crescita professionale, senza contare il confronto con un parco endorser in Korg di caratura mondiale.

 

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Marcello Colò immortalato accanto a una serie di storici sintetizzatori Korg

 

Ricordo le esperienze in fiere come il NAMM o il Musikmesse, dove il management di Korg chiedeva di girare per gli stand e provare tutto, dal metronomo fino al multieffetto per chitarra. Al termine della fiera radunavano tutti i dimostratori e chiedevano a ciascuno un feedback di quanto provato. In Korg realizzano di tutto e questa loro capacità di ascolto di qualsiasi suggerimento arrivasse dai loro musicisti e tecnici mi ha sempre stupito.

 

RG: l’ambiente nei laboratori di Korg Italy?

 

MC: Buona parte del team proveniva da Generalmusic, quindi era un ambiente di veri amici, ma fu il management giapponese a impressionarmi. A volte si pensa a un presidente o a manager inarrivabili, viceversa, oltre a quel rispetto tipico dei giapponesi, Tsutomu Kato (il fondatore di Korg ndr) era alla portata di tutti, con orecchie ben tese per ascoltare i suggerimenti dei suoi dipendenti. Sapeva sempre quello che facevi, anche se lavoravi a migliaia di chilometri di distanza e ti dava l’impressione che non ti conoscesse.

 

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Il fondatore di Korg, Tsutomu Kato

 

Ricordo che Kato mi volle incontrare per porgermi l’ideogramma da lui ideato per rappresentare il mio cognome in giapponese: un personaggio davvero incredibile. Oltretutto, in ogni sede Korg all’ingresso c’è una foto con ritratto tutto il personale dell’azienda, dal manager fino all’ultimo operaio: in Italia purtroppo questo rispetto nelle aziende ancora manca.

 

MARCELLO COLÒ OGGI

RG: Veniamo ai giorni nostri: l’esperienza Ketron…


MC: Ho parlato in precedenza di know how: in Ketron ho portato tutta l’esperienza acquisita nei miei anni in Generalmusic. Oltre ad aver ritrovato amici di lunga data come Sandro Fontanella, Ketron si è sempre prefissa di fornire all’utente strumenti in grado di scatenarne la creatività: un ambiente stimolante per il sottoscritto. All’azienda ho fornito le mie esperienze in termini di progettazione hardware, software, oppure in settori delicati come l’assistenza tecnica post-vendita. Durante le fiere mi occupo anche della dimostrazione degli strumenti, interagendo con il pubblico e ricreando quel bel clima di passione musicale di un tempo.

 

 

 

RG: In conclusione, come vedi il futuro di questo settore in Italia?


MC: In Italia recentemente sono nati nuovi brand con progetti, in cui si vede che dietro alcuni c’è una regia che ha metabolizzato un preciso processo musicale. Penso per esempio a Studiologic, oppure a Dexibell, in cui l’entusiasmo e la passione nel progetto è già percepibile leggendo i manuali di uso, e nello strumento è tangibile tutto il know how acquisito dal team proveniente dalla ex Roland Europe. Certe realtà dove si è preservato un capitale umano fatto di professionalità e competenze mi fanno sempre ben sperare per il futuro.

 

RG: Grazie Marcello!

 

 

 

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