I synth economici: effetti collaterali?

La premessa – doverosa – è che pronunciarsi con certezza sul futuro di un qualsivoglia settore di mercato è più che arduo: è impossibile. Qui e ora nessuna divinazione sui sintetizzatori di domani, dunque: semmai poche righe sui sintetizzatori di oggi, all'insegna della lucidità se non del disincanto. Perché sì: il NAMM – e come esso le sparute fiere di settore di respiro internazionale – in prima battuta tramortisce con la sua ricca, luccicante vetrina di novità, ma dietro i fuochi d’artificio del marketing, per così dire di riflesso, racconta anche tanto di noi, tastieristi e programmatori del 2019. E non è un racconto necessariamente edificante.

 

synth economici

Teenage Engineering Pocket Operator

 

Synth economici: il mercato

Partiamo da un dato pressoché incontestabile: la fascia di mercato in cui si colloca la maggior parte dei sintetizzatori presentati al NAMM. MusicRadar, nella classifica stilata al termine della kermesse americana, sceglie ben sei sintetizzatori pronti all’uso dal costo di poche, pochissime centinaia di euro: sintetizzatori che, evidentemente, puntano a combinare personalità sonora e accessibilità materiale.

 

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Korg Minilogue xd

 

Minilogue, Crave, Gen-R8, Volca Modular, MicroFreak, Sirin: a prescindere dal loro comportamento fattuale – un tema che qui e ora non affronteremo – questi prodotti ribadiscono una volta di più, in chiave tastieristica, quella che potremmo chiamare la democratizzazione della produzione musicale. Sicuri che sia tutto oro, quello che luccica?

I bei tempi andati?

Non si tratta di rimpiangere i famigerati bei tempi: ricordo perfettamente cosa offriva il mercato dei sintetizzatori venti anni fa, e dunque oggi brindo a un’offerta enormemente più vasta e significativamente più accessibile.

 

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Roland Boutique SH-01A

 

Mi chiedo però, senza retorica, se questa maggiore accessibilità non si stia rivelando un’occasione mancata di crescita musicale per tutti quegli utenti che, nel passaggio dal “vorrei” al “posso”, finiscono per certi versi per fraintendere il mezzo per il fine. Il mercato dei sintetizzatori si è rinverdito, vero, ma questo è un dato commerciale: il dato estetico e in senso lato culturale – la musica prodotta attraverso l’uso consapevole della nuova offerta, in altri termini – invece qual è?

 

E la produzione musicale?

Mi si dirà: la produzione musicale è aumentata in progressione geometrica, e già questo è un plus culturale. Solo fino a un certo punto, in realtà: la musica prodotta grazie alla suddetta democratizzazione risulta per così dire intorbidita da una produzione fattasi via via più liquida, estemporanea, concepita da una generazione di sedicenti producers nella propria stanza e – di fatto – per la propria stanza.

 

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Arturia Micro Freak

 

Una produzione che, di quando in quando, si direbbe persino essere il risultato collaterale di una certa bulimia consumistica applicata ai sintetizzatori – “Compro il nuovo, piccolo Vattelappesca, lo rivendo ancora prima di averne sfogliato il manuale così da comprare l’ancor più nuovo, ma pur sempre piccolo, Vattelappesca 2.0 – più che il risultato, pure fisiologicamente provvisorio, di un percorso che sì, certo, ha bisogno anche di determinati strumenti per trovare espressione, ma che intellettualmente non può dirsi esaurito con il famigerato sintetizzatore che fa i buchi per terra.

 

 

Le ammiraglie irraggiungibili?

Manco a dirlo, il discorso è più ampio. E soprattutto più complicato. In termini di prodotti chiama in causa il ruolo delle grandi ammiraglie commercializzate da buona parte di quelle stesse aziende che, comprensibilmente, strizzano l’occhio anche alla fascia bassa: lo One di Moog, il Quantum di Waldorf – e via dicendo: si tratta di due esempi, nient’altro – sono sintetizzatori a loro modo straordinari per tecnologia, architettura e resa, che però, se parliamo di numeri, svolgono un compito più di rappresentanza che non di ritorno economico.

 

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L'affascinante Moog One

 

In proporzione sono inequivocabilmente più accessibili di macchine di pari fascia prestazionale di qualche decennio fa, e tuttavia oggi si direbbero non essere percepiti e dibattuti quali prodotti raggiungibili – pure con le difficoltà e la pazienza del caso, si capisce – dall’utente medio; assurgono semmai a argomenti di conversazione, screziati alla bisogna di nostalgismo e partigianeria, fino a rappresentare il carburante dei desideri incerti – perché non sostenuti dallo studio – di quegli utenti che stemperano le proprie pulsioni con qualcosa di immediatamente accessibile. E poi qualcos’altro. Poi qualcos’altro ancora. E così via.

 

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Behringer Crave

 

Il valore della musica

E qui veniamo a un ultimo aspetto della faccenda: il valore della musica. Valore culturale E materiale, beninteso: da mettere evidentemente in relazione con il ruolo che la musica ha nella nostra vita, sul lungo periodo come nel quotidiano. Si sarà in effetti intuito come questa riflessione, che non senza contorsioni, e magari pure sgradevolmente, ha preso le mosse da un dato commerciale di per sé marginale, possa facilmente valicare l’ambito della produzione musicale per raggiungere quello, ancora più vasto per platea e implicazioni, della fruizione musicale: e qui, davvero, il trapasso occorso negli ultimi vent’anni, con tutto il corollario intorno al contenitore che sostituisce il contenuto, mi suggerisce di fermarmi, e lasciare semmai la parola a chi vorrà rischiare una risposta.

 

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Stylophone GEN R-8

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