Parlare dei Pink Floyd, della storia “settantiana” e del ruolo imprescindibile che ebbero nel Progressive Rock, anzi “Psichedelic Rock” come si amava etichettare quel genere in quel tempo, non può comunque sottrarci dal passare inesorabilmente dalla fase “ottantiana” della band. Vista da molti come una sorta di declino stilistico in osservanza di un sound più pop, quel periodo racchiude in realtà una delle più grandi intuizioni narrative della storia del rock: la produzione di una “Rock Opera” composta da musica, cinema e animazione.

Stiamo parlando di “Pink Floyd - The Wall”, il film di animazione pubblicato nel 1982 e basato sulla colonna sonora e album “The Wall” pubblicato dalla band nel 1979.

Una intuizione visionaria che vedeva un giovane Bob Geldof in qualità di protagonista (qualche anno dopo conosciuto ai più come l’organizzatore del Live Aid), in un testo scritto quasi esclusivamente dal bassista e autore sempre più “manovratore” della band Roger Waters, con tutti i dissapori conseguenti. Di fatto il sound di alcune song, ed in particolare della più famosa, sembrano strizzare l’occhio alla dance di fine anni Settanta, con ritmiche funk demandate alla parte di chitarra che nulla hanno da invidiare ai più popolari The Chic di “Le freak”. Eresia? No, era il sentire del momento, ed a distanza di anni non si può che confermare questa strizzata d’occhio e di orecchie voluta dai produttori di allora. Ciò detto, nulla toglie alla classe narrativa ed estetica dei Pink.

Another Brick in the Wall rimane uno dei pilastri del Rock e del Pop, con tutte le leggende ad esso legate e sicuramente in parte corrispondenti a verità, come l’ingaggio del coro di bambini richiesto ad una scuola al quale fu dato solamente un compenso forfettario di 1000 sterline, senza nulla sapere di come venissero utilizzate in futuro quelle registrazioni, per diventare poi uno dei refrain più famosi al mondo… in barba al diritto di autore e copyright.

Aneddoti a parte, le chitarre dove sono? Cosa fanno?

Moltissimo potremmo dire, anche se in ruoli molto diversi, e certamente meno dominanti, rispetto al passato.

Di Another Brick in The Wall passeranno alla storia la ritmica Funk (perché mai nessuno se la sarebbe aspettata da Gilomur) e il solo finale (che tutti si aspettavano da zio Dave).

Ironia della sorte, un brano che mette d’accordo tutti: genialità della produzione diremmo oggi.

 

 

Il suono è la fotografia del tempo: apparentemente clean, ma non troppo, nasconde una vena crunch mai troppo spinta e che mai supera la soglia del pop, per così dire senza sconfinare nel rock “duro e puro”. Ma non è semplice ottenere un sound cosi cristallino e con un sustain abnorme e sproporzionato per una chitarra cosi apparentemente pulita. In realtà a ben sentire abbiamo un buon gain, che però non è percepito come “distorsione” grazie ad un timbro molto caldo e vellutato. Si racconta che fu registrato con una Gibson con Pick up P90, anche se a mio avviso si percepisce un Fender sound (non sapremo mai la verità), come “vigore” del timbro. È possibile ottenere un effetto simile con grandi valori di compressione in ingresso, prima di uno stadio valvolare in pre-amp, cosi da 'eccitare' il segnale in ingresso della valvola, ma senza caricare sui livelli di gain, sarebbe deleterio! L’equalizzazione è abbastanza lineare, purchè rispetti e valorizzi sempre il suono della corda, segno distintivo del Gilmour-Style. Anche il cabinet è standard, una 4 x 12" si comporta molto bene restituendo corpo e calore al tempo stesso, a differenza di un combo che suonerebbe troppo spinto e presente. A coronare il tutto, come sempre, un gran lavoro di reverberi e delay, ad allungare la coda su proporzioni bibliche.

Questa volta abbiamo voluto affrontare una sfida, ovvero ricreare il timbro di un grande chitarrista, utilizzando solamente quello che ci mette a disposizione la DAW con un normale programma di registrazione come Cubase di Steinberg, ovvero utilizzando i plugin a disposizione già nella suite. Utilizzeremo quattro componenti: un Amp Simulator, un Gate/Compressor, un Reverbero ed un Delay. Ed in effetti questi sono gli elementi di cui è costituito questo timbro, benchè di ottima qualità.

Amp Simulator di Steinberg ci suggerisce diverse configurazioni e dopo una veloce panoramica ci indirizziamo su un timbro Crunch, che restituisce corpo e attacco senza sacrificare l’equalizzazione. Bassi valori di Drive, per evitare eccessive distorsioni, ed una buona attenuazione delle frequenze alte grazie al damping filter in uscita nella sezione cabinet. A questo punto è necessario intervenire sul sustain e sul rumore grazie a Vst Dynamics che si comporta egregiamente sulla compressione e un po’ a fatica sul gate (colpa anche delle note lunghissime e dei bending infiniti di Dave). Inserire un compressore prima del pre, è sempre una operazione delicata, si rischia di alterare i valori di gain quindi è opportuno dosarlo con cura.

 

 

Stessa attenzione, soprattutto in termini di “sequenza” degli effetti, è da riservare al Delay e al Riverbero (esattamente in questo ordine); inserire un reverbero prima di un delay significherebbe produrre delle ripetizioni indesiderate anche del riverbero. In questo caso invece impostiamo un feedback molto basso sul delay, ad ottenere praticamente una unica ripetizione di “echo”, per poi abbondare in termini di ambiente sia per quanto riguarda dimensione che lunghezza grazie ad un buon plugin come Roomworks, con un reverb time di 7 sec. E' un valore enorme se percepito sulla sola chitarra ma che nel mix generale ben si miscela con il resto del brano! Attenzione al tocco, delicato ma puntuale…. E ci siamo!

 

Leave a reply