Non una workstation, non un sintetizzatore enciclopedico, ma una tastiera essenziale da palco che punta a un equilibrio raro nella sua fascia: quello tra qualità, praticità e prezzo
La serie Yamaha CK è sul mercato dal 2024 e continua ancora oggi a godere di un discreto successo a livello globale grazie ad un’idea semplice e concreta: offrire al musicista (professionista o meno) uno strumento immediato, leggero, ben progettato con una eccellente tavolozza sonora di sostanza e soprattutto accessibile.
Smarchiamo subito le precisazioni in merito alle (poche) differenze fra i due modelli a listino, per poi affrontare il tema CK nel suo complesso.
| Modello | CK88 | CK61 |
| Tasti | 88 GHS (pesati) | 61 FSB |
| Dimensioni | 1333 mm × 354 mm × 148 mm | 910 mm × 291 mm × 109 mm |
| Peso | 13,1 kg | 5.6 kg |
| Live Set | I primi tre banchi hanno gli stessi suoni in ordine diverso fra i due modelli. | |
Di qui in poi, veniamo a descrivere indistintamente la serie CK: tenete solo conto del fatto che ho personalmente usato, nel mio test, CK61 la versione più compatta.
Yamaha CK: caratteristiche generali
Yamaha CK61 e CK88 parlano chiaro già dal pannello: tutto è lì, a portata di mano e non è necessario cercarlo nei menu. Il mixer, i drawbar, i controlli a pulsante, le manopole per attacco, rilascio e filtro sono messi dove serve, pensati per essere gestiti al volo. È una tastiera che chiede di essere toccata e suonata. L’amplificazione integrata da 2 × 6W e l’alimentazione a batterie sono due caratteristiche che apparentemente strizzano l’occhio ai musicisti amatoriali, ma – a mio modo di vedere - trasformano la gamma CK in strumenti “pronti a tutto”. Completano il quadro doppia porta USB, integrazione MIDI completa e doppio ingresso per i pedali. Il pannello, pur fitto, è molto ordinato.
I drawbar corti funzionano meglio di quanto pensassi prima di mettergli le mani sopra e l’usabilità di piccoli pulsanti e piccole manopole è accettabile. I comandi sono a funzione singola, una rarità oggi, e la retroilluminazione personalizzabile nei colori per singola parte permette di capire al volo cosa è attivo. Poi c’è l’ingresso A/D: una coppia di jack da un quarto di pollice con potenziometro per il Gain sul retro, per collegare una sorgente di linea stereo o un microfono (purché autoalimentato: niente Phantom). La cosa sorprendente è che questo ingresso ha un percorso audio dedicato, con controllo di livello, due multi-effetti completi, un EQ a tre bande e persino un Gate. Niente vocoder né armonizzazioni vocali, ma già così siamo di fronte ad una dotazione fuori dal comune.
Un altro modo per portare audio esterno nella Yamaha CK è il Bluetooth stereo, perfetto per le basi. E non è finita: si può assegnare al tasto più alto o più basso della tastiera (lo so non è il massimo) la riproduzione di un file WAV stereo 44.1 kHz/16 bit presente su una chiavetta USB. Collegando Yamaha CK ad un computer o a un iPad/iPhone via USB, lo strumento viene visto come interfaccia audio e dispositivo MIDI. L’audio USB verso il computer include le tre parti interne, l’ingresso A/D e il segnale da Bluetooth. In direzione opposta, il playback può uscire dagli speaker interni, dalle cuffie o dai monitor collegati.
Gli speaker sono sufficienti per l’uso casalingo o per le prove e possono essere disattivati inserendo le cuffie o tramite interruttore. È possibile anche calibrare la resa degli speaker indicando se lo strumento è montato su un cavalletto o su un tavolo (sic!). CK61 è talmente compatta che quando la si monta su un supporto sembra minuscola.
Suoni
La polifonia è di 128 note. In totale troviamo 363 voci, più di quanto i modelli superiori YC e CP riescano a offrire messi insieme, anche dopo gli aggiornamenti firmware che li hanno potenziati nel tempo. La gestione dei suoni passa attraverso un’architettura multitimbrica a tre parti, semplice e immediata come piace ai musicisti ruspanti alla ricerca di sostanza: fader dedicati, tasti on/off e selezione parte, tutto piazzato attorno al display LCD 128 × 64 dalla buona visibilità.
Ogni parte può caricare qualsiasi suono, senza limitazioni: una, due o tre voci in layer e/o in split. E ogni parte ha la sua catena effetti indipendente: Drive, più due multi-effetti. A livello globale troviamo Delay, riverbero ed EQ a tre bande. La gestione dello split lavora su configurazioni fra cui selezionare e, per chi è abituato come me a venire dagli arranger, richiede di essere studiata un attimo, visto che la sequenza delle tre parti risulta invertita logicamente (tranquilli, si impara in fretta).
Partiamo dalla categoria dei pianoforti acustici che conta 13 suoni, di cui 6 sono le varianti del CFX, il gran coda di riferimento Yamaha. Suono lussuoso, moderno, senza scalini di velocity né cambi timbrici evidenti. Le code lunghe sono ricche e credibili. Molto buono anche il campione desunto dal più raro S700 da studio, il Live CF3 che adoro per il suo “corpo”, e un U1 verticale pieno di carattere. Mettere il pianoforte in layer con pad o tappeti d’archi è un’operazione semplice e immediata. Intervenendo sulle manopole degli effetti rende possibile la modellazione del suono e ottenere, di volta in volta, risultati diversi e ben controllabili, utili per adattare l’accompagnamento a ciascun contesto musicale.
I pianoforti EP includono due Rhodes e un Wurlitzer caldo e brillante. Pochi, sì, ma fatti bene: dinamica eccellente, rumori di rilascio, risposta al pedale accurata. I due Clavinet sono passabili. Le sei patch FM mostrano cambi timbrici a scatti con la velocity, probabilmente perché sono campioni PCM piuttosto che vera sintesi FM, ma nell’uso pratico funzionano.
Mi sono trovato bene con gli organi - ripresi dai campioni di Reface YC – perché offrono cinque modelli che sfruttano drawbar, percussioni e vibrato/chorus: Hammond, Vox Continental, Farfisa, organi combo analogici di Yamaha degli anni ’60 e lo storico Ace Tone (radice storica del marchio Roland). Sono emulazioni con diversi gradi di fedeltà storica, ma tutte con una personalità ben definita. E sì, i puristi della materia sicuramente potranno non avere soddisfazione, ma nulla che rovini la loro esperienza: di certo, chi basa le proprie esibizioni sull’organo Hammond al 100%, è probabile che non sia attratto dalla serie CK; tuttavia, mi ha colpito leggere sul web le buone impressioni condivise da “hammondisti” puri. Tra i suoni d’organo senza drawbar troviamo nove organi a canne, quattro organi elettrici liturgici, una fisarmonica e una musette. Registri semplici ma convincenti, più naturali di quanto si senta di solito sulle stage keyboard. Le fisarmoniche sono pochissime ma ben fatte.
Gli archi, pad e cori sono presenti in quantità: la varietà di timbri si sposa a toni eleganti e ben rifiniti. Gli archi sono validi come tappeti sonori, meno convincenti come archi solisti in stile Disco. Anche i fiati sono realistici: trombe, tromboni e sax molto suonabili, sia soli che in sezione. Chitarre acustiche e bassi sorprendono per espressività. Tra i synth brass spuntano anche timbri utilissimi per layer e split. Le oltre cento patch tra archi, pad e cori offrono un mondo di sfumature, spesso con un’eleganza che non ci si aspetta in questa fascia di prezzo. I 51 lead synth possono coprire un vasto repertorio, dal funk all’EDM. Una cosa che non si trova nei modelli CK sono i drum kit: chi necessita di suoni di batteria dovrà cercarli altrove. Per la cronaca: scordatevi di usare gli strumenti CK per il playback di Standard MIDI file: in assenza di tracce percussive, non si può fare nemmeno da una DAW.

L'area di editing del suono sul pannello, con switch Unison e modo Mono/Poly, più sezioni Filter e AMP EG
Live Set
Le configurazioni complete – suoni, split, layer, trasposizioni, effetti e impostazioni varie – si salvano nei Live Set, una sorta di banchi di “Registration” dall’uso super-pratico. Si possono gestire 160 scene organizzate in 20 pagine da otto slot ciascuna, richiamabili all’istante. Volendo, si esportano su chiavetta USB: singolarmente, per pagina o tutti insieme. E per chi suona live, c’è anche la possibilità di scorrere le memorie Live Set una alla volta tramite un pedale configurabile. Per coloro a cui non bastano 160 titoli, si consiglia vivamente l’uso dell’app gratuita Sound Mondo che – al di là della possibilità di condividere e scaricare nuovi suoni - consente di richiamare al volo dal tablet/smartphone collegato qualsiasi impostazione memorizzata in un Live Set, superando il limite delle 160 locazioni di memoria e ottenendo de facto una comoda funziona Setlist per gestire le scalette dal vivo di ciascuna serata (volendo, potete fare anche a meno di Camelot Pro, Gig Performer e simili).
Editing del suono
La sezione è composta da una coppia di switch per selezionare il modo Mono/Poly e lo Unison, più due sezioni con quattro controlli ciascuna. La prima fornisce controlli per Cutoff e risonanza di un filtro Low‑Pass, la seconda quelli per attacco e rilascio dell’inviluppo AMP. Sono parametri relativi: la posizione centrale corrisponde sempre al valore di fabbrica. Con tutte le manopole si interviene in modo efficace, anche se la risposta varia da suono a suono. Piani ed organi hanno margini misurati su brillantezza e attacco, mentre pad e lead reagiscono con maggiore efficacia. Il cutoff permette di scurire qualsiasi timbro, senza però arrivare al silenzio totale. Attack e Release consentono di creare pad lenti e sospesi, anche se la scala è ampia e le Release diventano lunghissime rapidamente. In combinazione con effetti e multitimbricità si ottengono suoni complessi partendo da basi semplici, con la modalità Unison come “ciliegina sulla torta” se volete aggiungere ulteriore spessore al timbro.
Effetti
Ci sono tre sezioni per colorare il suono in modo molto intuitivo: organo, Insert e globale. Ogni parte delle CK dispone di tre Insert e l’interfaccia punta a un buon equilibrio tra semplicità e flessibilità. La sezione organo ha vibrati selezionabili che agiscono solo sull’organo. Ma selezionare il rotary consuma uno degli effetti Insert condivisi. Rotary A è un semplice rotary speaker, Rotary B è un rotary collegato a un preamplificatore a transistor con distorsione.
La sezione Drive dà il meglio con le simulazioni Leslie. L’Overdrive è naturale, la distorsione rimane stabile anche spinta, mentre il compressore risulta efficace ma un po’ troppo morbido per contesti live. Ottimi chorus e modulazioni, così come ampli chitarra e un secondo Leslie per chi cerca saturazione. I delay (digitale, analogico, cross) sono semplici ma ben calibrati; i riverberi (hall, room e reverse) offrono ambienti credibili, ampliati dalle regolazioni di Rate e Depth. Tra le utility ci sono EQ, wah a soglia o pedale, filtri risonanti HP/LP e un riduttore di Sample Rate per timbriche Lo‑Fi.
Negli effetti Master, troviamo un Delay più flessibile grazie a Time, Depth e alla modalità Tempo Delay con BPM o tap. E poi c’è il classico Reverb. Chiude l’EQ a tre bande: ±12 dB non sono chirurgici, ma più che sufficienti.
La capacità di cambiare suono senza interrompere quelli già in esecuzione (SSS) non sembra essere garantita ufficialmente da Yamaha, ma CK61/CK88 spesso riescono a gestirla, grazie alla abilità di cambiare suono in modo veloce e fluido.
Ho l’abitudine di collegare le uscite stero audio ad una DI-Box prima di entrare nel mixer. E il suono esce sempre potente e sicuro di sé dall’impianto PA. Nulla da eccepire.
Alternative?
Se cercate il top e il vostro portafoglio lo consente, sono certo che guarderete altrove: Yamaha stessa offre le serie YC e CP, Roland offre V-Stage, Nord ha presentato Electro 7 e recentemente Viscount e Hammond-Suzuki hanno rinnovato la propria offerta di tastiere da palco.
Restando in casa Yamaha, CK non vuole sostituire la vecchia serie MX, né sfidare la profondità del MODX. È un’altra cosa: un oggetto musicale immediato, pensato per chi vuole suonare, non programmare. Uno strumento che si porta dappertutto in spalla, che si accende in un attimo, che restituisce al musicista la gioia del controllo diretto. Non sostituisce nulla: aggiunge leggerezza, rapidità, comodità. Aggiunge un modo diverso di stare sul palco: più libero, più fisico, più umano. La possibilità di lanciare tracce audio direttamente dalla tastiera, pedali completamente assegnabili, zone MIDI per controllare moduli esterni, split e layer con due punti di divisione, MIDI DIN a cinque pin. Funzioni che non ci fanno gridare al miracolo, ma che rendono i modelli CK più versatili di quanto la loro semplicità lasci intuire. E la gestione dei controlli in tempo reale è fatta davvero bene. Tutte le funzioni non sono globali e possono essere legate al Live Set; tradotto: ogni configurazione può avere i suoi comportamenti dedicati.
I concorrenti più agguerriti possono essere identificati in Studiologic NUMA X Piano per la CK88, oppure Korg Kross 2 e Roland Juno D6/D8: rispetto alla concorrenza giapponese, Yamaha CK rinuncia a tre elementi chiave: il sequencer integrato, il campionatore, l’importazione di suoni e una libreria timbrica ampia. CK risponde con un’altra filosofia: meno workstation, più strumento da palco. E in questo ruolo, soprattutto per prezzo e immediatezza, trova un equilibrio che la rende unica.
Conclusioni
A prima vista, Yamaha CK61 e CK88 sembrano strumenti “senza fronzoli”, quasi volutamente sobri, tanto da far pensare a tastiere ridotte all’osso e pensate solo per chi ha un budget tirato. La realtà è esattamente l’opposto. Dopo aver trascorso settimane intense a suonare CK61, posso dire che questa serie può stare tranquillamente in mezzo a strumenti che costano il doppio o il triplo. È vero: alcune scelte progettuali non sono da “ammiraglia”.
Le meccaniche non sono le migliori che Yamaha sappia costruire, e i drawbar a corsa corta non hanno il fascino — né la precisione visiva — delle versioni lunghe e retroilluminate della serie YC. Detto questo, non sono affatto male. Anzi: sono più che adeguate allo scopo, e anni luce avanti rispetto alle meccaniche rumorose e imprecise di tanti controller economici. I drawbar, pur corti, sono piacevoli da usare. Per il resto, faccio fatica a trovare veri difetti. Forse la manopola del cutoff è troppo vicina al Dial e mi sono trovato troppo spesso a girare quella sbagliata (ci si fa l’abitudine con il tempo).
Nonostante il prezzo “amico”, queste tastiere arrivano con un armamento timbrico che, per caratteristiche e pregio, ricorda più i modelli di fascia superiore che non i modelli di primo ingresso. Il punto di partenza è la dotazione sonora “universale”: in genere i suoni di strumenti acustici sono di notevole qualità. Certo, la selezione di pianoforti acustici ed elettrici è più ridotta rispetto alle serie CP e YC, per non parlare di un Nord recente. Ma il suono del CFX è lì, in tutta la sua qualità, e Rhodes e Wurlitzer disponibili sono reattivi, musicali e convincenti. Per la maggior parte degli utenti, saranno più che sufficienti — e probabilmente i suoni che useranno di più. L’Hammond suona bene, i transistor sono vivaci e cattivi al punto giusto, e le due simulazioni Leslie, pur molto diverse tra loro, sono entrambe valide e utilizzabili. Il resto della libreria è pieno di chicche che solo librerie software di fascia alta o workstation top di gamma possono superare.
La struttura a tre parti multitimbriche, con controlli dedicati ed effetti indipendenti, è - a mio avviso – una scelta eccellente per gli strumenti da palco. Anche l’implementazione degli effetti mi convince di più: le manopole saranno pure piccole, ma come sempre non è la dimensione a fare la differenza. L’uso delle scene Live Set e l’integrazione con Sound Mondo rendono lo strumento facile da usare dal vivo. L’interfaccia non è mai complicata o criptica, e ho aperto il manuale in pochissime occasioni. Tirando le somme, non posso che premiare Yamaha CK61 e CK88. È un’ottima scelta quando il budget è limitato, ma non va assolutamente scartata nemmeno quando non lo è. Si inserisce bene in studio, a scuola, in casa, praticamente ovunque. In un periodo in cui sembra che si paghi sempre di più per avere sempre meno, la serie Yamaha CK va in direzione opposta — e lo fa con convinzione.
Pro
Tutti i suoni sono di livello per l’uso dal vivo.
Architettura multi-timbrica a tre parti molto flessibile.
Portabilità e facilità d’uso.
Eccellente rapporto qualità/prezzo.
Contro
No drum kit.
Manca una versione a 76 tasti semi-pesati
Info
YAMAHA
Yamaha Stage Keyboard CK61 € 888,00
Yamaha Stage Keyboard CK88 € 1.299,00
















