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La recente apparizione al “Gialappa Show”, per accompagnare con l’Hammond artisti quali Jovanotti e i Neri per Caso, è stata il pretesto per tirare con Max le somme di oramai 40 anni di carriera televisiva alle spalle

 

max tempia

Ultimamente si fa prima a sentire Max Tempia in viaggio che vederlo “de visu” per scambiare quattro chiacchiere. Sempre impegnato tra concerti dentro e fuori i confini italici, il Jazz Club di Biella di cui è Presidente e trasmissioni televisive nel weekend come “Domenica In”, sono riuscito a sentirlo proprio al termine di una puntata della celebre trasmissione di RAI 1, mentre saliva sul treno per rientrare a casa.

Con Max siamo amici da oltre 20 anni, e una conversazione al telefono di pochi minuti si trasforma sempre in un fiume di aneddoti e racconti della durata di qualche ora, da qui l’idea: e se questa discussione la lasciamo da leggere anche ai lettori di SM Strumenti Musicali? Ecco a voi un riassunto della nostra ultima chiacchierata.

 

 

Io accanto a Max Tempia durante un evento nel 2022 (Ph. Mattia Bodo)

 

Max Tempia: 40 anni di televisione

Riccardo Gerbi: in primis, raccontami dell’ultima esperienza al “Gialappa Show”. Dato l’ambiente, dev’essere stato parecchio divertente…

Max Tempia: sono quelle situazioni che amo definire “il circo”, ovvero quando sei circondato da professionisti della musica e ti diverti, facendo però cose serie e soprattutto belle. Mi ha contattato l’amico comune Vittorio Cosma, perché per la prima puntata di questa stagione con Jovanotti volevano inaugurare le parti musicali della trasmissione con l’Hammond. Il primo problema è stato recuperare un Hammond B3 in buone condizioni in zona Milano, ma il buon Silvio della Mattia di Organ Music Center ha risolto il problema. L’Hammond B3 utilizzato era appena rientrato dallo studio di Zucchero, ed è quello che abitualmente utilizza Brian Auger nei suoi tour in Italia, tutto tempestato dei suoi autografi. Un organo piuttosto vissuto e dal suono logoro, l’ideale per il contesto musicale richiesto dalla trasmissione.

 

max tempia

(fonte M.Tempia)

 

RG: quello che mi colpisce del “Gialappa Show” è la cura riposta nei momenti musicali, sbaglio?

MT: no, perché anche se non è una trasmissione musicale, i momenti in cui c’è musica sono molto valorizzati, con un rispetto per gli ospiti incredibile, anche da parte del cast e il duo della Gialappa’s. Merce rara vedere il proprio nome e la tua foto attaccata alla porta del camerino, oppure le inquadrature particolari della regia sui musicisti durante le performance. Certe attenzioni dovrebbero essere all’ordine del giorno anche in trasmissioni dove c’è musica – penso per esempio all’ultimo Festival di Sanremo - perché spesso le inquadrature odierne della regia sono concentrate sul presentatore o il pubblico, peraltro, dei figuranti.

RG: qualche retroscena del backstage?

MT: ho ricevuto in anticipo i tre brani che volevano eseguire in trasmissione: “Bimba se sapessi” di Sergio Caputo, cantata da Jovanotti, il brano di Franco Godi per lo spot del “Fernet Branca” con i Neri per Caso e “Gimme Some Lovin’” dello Spencer Davis Group in cui – nonostante non fosse previsto – all’ultimo momento è intervenuto anche Jovanotti a cantarla, e questo la dice lunga sul clima festoso di quello studio. Durante le prove, con i Neri per Caso nelle pause abbiamo improvvisato diversi brani e mentre stavo proponendo un assaggio di “A Whiter Shade Of Pale” dei Procol Harum con il B3, Ciro Caravano del gruppo, mi sfida a eseguirla non solo in tonalità maggiore, ma anche minore! Prova superata. Scherzi a parte, Ciro è un musicista e arrangiatore pazzesco e ho scoperto che abbiamo molti amici musicisti in comune nella sua zona (Salerno ndr).

 

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Max Tempia negli studi del "Gialappa Show" con i Neri per Caso. Alla sinistra di Max, Ciro Caravano. (fonte M.Tempia)

 

RG: chissà le risate…

MT: si ride dentro e fuori dagli studi. Tu pensa che nei due giorni delle registrazioni ho dormito nello stesso albergo dei comici, trovandomi la mattina a colazione con Gigi e Ross alla sinistra del mio tavolo che provavano i loro personaggi, e Giovanni Vernia sulla destra che stava provando l’imitazione di Jovanotti: posso garantire che così non è semplice fare colazione…

Max Tempia: l'esordio in TV

RG: la tua ultima apparizione in TV è il pretesto per parlare della prima. Quando è stata la prima volta?

MT: Il battesimo con la TV è stato nel 1987, quando mi ritrovai negli studi RAI di via Teulada per partecipare a una trasmissione come DOC, ideata da Renzo Arbore.

 

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Un fermo immagine della sigla di DOC (fonte RAI)

 

RG: per quelli della nostra generazione, una trasmissione mitica. Ricordo che programmavo il timer del primo videoregistratore di famiglia per non perdermi una puntata. Com’era il clima a DOC?

MT: praticamente era lo stesso di una serata live in un locale come l’Alcatraz a Milano, la Stazione Birra o l’Atlantico a Roma. C’era un mixer di sala per la musica con Gaetano Ria come fonico, e rimasi colpito dalla presenza di postazioni per i musicisti con floor monitor in stereo, quando generalmente a quell’epoca gli ascolti erano sempre in mono. Dovevo accompagnare un cantautore biellese, Giancarlo Pini, all’epoca prodotto dal compianto Adriano Fabi e dallo stesso Arbore. Mi ritrovai su quel palco con amici quali Massimo Serra alla batteria, Paolo Manzolini alla chitarra e Andrea Beccaro, un bravissimo batterista che però all’epoca suonava il basso. Ricordo che utilizzai gli strumenti presenti su quel palco: un pianoforte stage Roland RD-1000 e un sintetizzatore Yamaha DX7II.

RG: …e le emozioni? 

MT: ci ripenso adesso che ne parlo con te: chi avrebbe mai immaginato all’epoca che quello sarebbe stato il battesimo della mia carriera televisiva? Parliamo di una trasmissione per l’epoca incredibile, e per uno di 22 anni, come il sottoscritto, solo varcare i cancelli di via Teulada pareva l’Eldorado. Figurati suonare a DOC! Oltretutto, su un palco in cui – prima di noi – si esibivano i Manhattan Transfer! Tu immagina che io ero appoggiato a una colonna dello studio a guardarli e loro dovevano fare il soundcheck, quando all’ok del fonico son partiti con un pezzo come “Four Brothers” come se niente fosse. I tuoi miti che cantano a un metro di distanza, pazzesco.

 

 

RG: Fin qui il fuori programma della parentesi romana, ma la tua quotidianità in quel periodo com’era?

MT: in quegli anni ero sempre a Milano, per lavorare in studio a diverse produzioni musicali discografiche e televisive con Tony de Vita o Fredy Mancini, ma parallelamente suonavo anche nelle orchestre da ballo, in organici da 10 o 12 elementi, con sezione fiati e soprattutto un maestro che scriveva i pezzi e riarrangiava le hit del periodo. All’epoca, l’orchestra secondo la serata doveva adeguare la sua scaletta, passando dalla musica da ballo agli evergreen della musica italiana e internazionale, fino agli ultimi successi della disco music. Una bella palestra per un musicista ventenne com’ero io, ma che mi permise non solo di affinare la tecnica esecutiva, ma di conoscere tutta una serie di musicisti professionisti divenuti in seguito degli amici, tra cui alcuni già con esperienze televisive alle spalle, come il Maestro Emilio Vercelli.

RG: gli anni del pullman e del partire al pomeriggio e rientrare all’alba… 

MT: tu pensa che con l’orchestra facevamo trenta date al mese, senza mai una pausa. Praticamente quel pullman diventava un po’ la tua casa. Sempre nel 1987, con Emilio mi trovai a Milano al Cap Studio, che era a pochi passi da un locale storico come il Capolinea, dove incontro un’altra figura importante per me come Bruno Crovetto, che entrò a far parte dell’orchestra di Emilio Vercelli subentrando a un bassista che era scappato.

RG: scappato!!??

MT: si, scappato, perché parliamo di un’epoca in cui i telefoni cellulari manco esistevano, e se un orchestrale sul suo cammino incontrava una bella ragazza, poteva abbandonare l’orchestra al suo destino anche cinque minuti prima di salire sul palco, e così accadde con il nostro bassista. Divisi il palco per diverse date con Bruno Crovetto e diventammo amici: un signor contrabbassista con alle spalle un curriculum musicale chilometrico, tra cui registrazioni per Mina, Enzo JannacciGiorgio Gaber o l’orchestra di Giorgio Gaslini. Fu Bruno che diede il via a quello che ho ribattezzato “il delirio”.

 

max tempia

In alto al centro, Max Tempia nell'orchestra di Dino Siani a "Mezzogiorno è" sulla RAI (fonte massimoemanuelli.com)

 

"Mezzogiorno è" con Gianfranco Funari

RG: e quando parte questo “delirio”?

MT: Nell’estate del 1987, un giorno che ero a casa e squilla il telefono, dall’altro capo del filo c’è Bruno: “Ciao, cos’hai da fare a partire dal mese di settembre?”. Risposi: “Non lo so, ma sicuramente lavorerò”. Bruno replicò: “Allora molla tutto e vieni con noi a far la trasmissione di Funari negli studi RAI della Fiera, qui a Milano, perché sto mettendo in piedi l’orchestra.”. Mi spiegò che il futuro direttore dell’orchestra della trasmissione, il Maestro Dino Siani, cercava un tastierista giovane ma con una bella esperienza, e lui pensò immediatamente al sottoscritto. Accettai senza indugi.

Quando entrai negli studi della Fiera, i tecnici RAI subito mi chiesero: “che strumenti vuoi per la trasmissione?”, ed io scelsi un Kurzweil K250 – perché lo utilizzavo già in studio – un Yamaha DX7II con il floppy disk per salvarmi le timbriche e infine, per avere quelle tipiche dei pianoforti Roland molto in voga all’epoca, chiesi anche un expander del brand giapponese come il P-330. Un aneddoto divertente di quella trasmissione è che quando dovetti collegare le tastiere al mixer dello studio, il fonico RAI mi disse: “ma io ho solo due ingressi e tu tre strumenti, però aspetta che vado a prendere un accessorio che risolve il problema.”. Il fonico uscì dagli studi e ritornò poco dopo armato di un cavo mono con uno sdoppiatore! Praticamente, il Kurzweil e il DX7II “viaggiavano” sullo stesso cavo!

La prima esperienza con Gianfranco Funari aprì le porte a una seconda opportunità lavorativa: dimostratore e consulente per i produttori e distributori di strumenti musicali, perché nel 1988 uscì il KORG M1 e fu la molla che fece nascere anche questo tipo di collaborazione.

 

 

RG: dal DX7 in poi in quegli anni era un susseguirsi di strumenti elettronici capaci di causare l’effetto “Wow!” negli appassionati…

MT: l’M1 fu un vero terremoto, al punto che i pochi esemplari disponibili in Italia andarono subito a ruba. Io riuscì ad acquistarne uno nel gennaio del 1989, poi contattai la CD Videosuono (il distributore KORG dell’epoca ndr), che mi fissò un incontro nel loro quartier generale, presso la sede della CGD a Milano. In quell’occasione conobbi una figura come Marco Farello, che mi trovò simpatico e fece in modo di tramutare in qualcosa di concreto la mia volontà di collaborare. Nel settembre dello stesso anno mi trovai a dimostrare il pianoforte digitale KORG C50 alla più importante fiera italiana dell’epoca: il SIM di Milano, dividendo il palco con amici quali Michele Paciulli, Claudio Calzolari o Guido Mazzella, ed endorser KORG internazionali del calibro di Tom Coster.

RG: tu che hai varcato i cancelli dei mitici edifici CGD di via Quintiliano 40 a Milano, mi confermi l’idea personale che fu una vera e propria cittadella della musica in nord Italia?

MT: si. Se parliamo di sola discografia, in CGD funzionava come la RCA a Roma. Per esempio, un cantautore entrava dall’ingresso in via Quintiliano con il suo provino, e dei produttori discografici come Caterina Caselli o Alfredo Cerruti lo ascoltavano nel loro ufficio o nell'auditorium all’interno della sede, dove tra l’altro si facevano anche le dimostrazioni degli strumenti musicali distribuiti da CD Videosuono. Se al produttore piaceva il provino, con tutta probabilità lo portava a inciderlo negli studi di registrazione ai piani superiori dell’edificio. Infine, in un fabbricato adiacente alla CGD, quel provino appena registrato diventava un 45 o un 33 giri stampato con la sua bella copertina realizzata dai grafici dell’azienda.

Tutto veniva realizzato all’interno della CGD. Al primo piano in via Quintiliano poi c’era la mensa, ed era normale ritrovarsi a mangiare in pausa nello stesso tavolo con artisti CGD come i Pooh, Loredana Bertè, Enrico Ruggeri o altri. Io in quel periodo in CGD mi occupai anche di alcune pubblicazioni per le messaggerie.

 

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L'ex sede della CGD a Milano, oggi in totale stato di abbandono (ph.R.Gerbi)

 

RG: la collaborazione con CD Videosuono che strumenti portò nel tuo setup televisivo con Funari oltre l’M1?

MT: ricordo che nella seconda edizione della trasmissione avevo due postazioni nello stesso studio, per altrettanti momenti musicali. Nella prima, il mio setup fu espanso con l’aggiunta di una novità come il KORG T3 poggiato sopra il fido K250, con un M1 di fianco. Nella seconda postazione avevo un pianoforte KORG C50 con sopra un secondo T3 e un paio di casse Fostex come ascolti. Diciamo che – per l’epoca – ero parecchio invidiato dagli appassionati dei tasti bianchi e neri.

 

 

Il trasloco a Mediaset

RG: l’orchestra seguì Funari anche dopo la sua rottura con la RAI nei primi anni novanta…

MT: Certo, seguimmo Funari in Mediaset nel 1991 per realizzare la trasmissione “Mezzogiorno Italiano”. Questo passaggio segnò anche uno step evolutivo nei miei rapporti con KORG, perché entrai in contatto con il team giapponese che mi propose di collaborare allo sviluppo di strumenti come la i3; un prototipo lo utilizzai anche in trasmissione. Il setup era completato inoltre da altri modelli KORG come il T1 e il T2, su cui ho un bell’aneddoto da raccontare.

In Mediaset i tecnici erano più “dinamici” rispetto a quelli della RAI, per cui poteva capitare che – terminato “Mezzogiorno Italiano” – il cameraman a Cologno Monzese si spostasse in altro studio per lavorare in un’altra trasmissione. La stessa cosa poteva accadere ai musicisti, che potevano passare dagli studi televisivi a una ripresa in esterni, secondo la puntata. Io con i miei strumenti diventai l’incubo dei collaboratori di un professionista e amico come Pino di Costanzo.

RG: beh, un KORG serie T o un C50 non erano certo “una piuma” da trasportare…

MT: appunto. Pino con il socio Daniele Mascheroni era in attività già da tempo negli studi Mediaset di Cologno Monzese con il service Backstage da loro fondato. Oltretutto, “Mezzogiorno Italiano” all’epoca andava in onda fino all’ora di pranzo, e ogni volta che saltava fuori un’occasione musicale all’interno delle trasmissioni Mediaset nel resto della giornata, Pino mi coinvolgeva sempre. Fu così che mi ritrovai con i miei strumenti catapultato a suonare in puntate di “Paperissima” o ad accompagnare in altre trasmissioni Carlo Verdone o Marco Columbro. Se ancora esistono, su quegli strumenti KORG dovrebbero misurare i chilometri percorsi nei corridoi di quegli studi al posto delle ore di utilizzo.

Di quel bel periodo infine, ricordo fonici di palco in trasmissione come un certo Diego Spagnoli, che già lavorava da un bel decennio con Vasco Rossi, oppure Davide Rosa, in seguito fondatore di un’etichetta come la Ishtar. Tornando a KORG, il mio rapporto con loro si consolidò ulteriormente, al punto che dividersi tra gli impegni come dimostratore e le trasmissioni televisive diventò problematico. La distribuzione KORG fu acquisita dalla neonata Synchro, nelle Marche, e per i demo tour di presentazione dei prodotti nelle fiere europee o nei negozi potevi essere impegnato per oltre un mese. Oltretutto, iniziai anche a suonare nella band di Fabio Treves, quindi mi ritrovai a dover selezionare gli impegni sulla base del tempo disponibile.

 

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Diego Spagnoli (a destra) con Max Tempia durante un evento al Biella Jazz Club (ph. R.Gerbi)

 

La parentesi come dimostratore/programmatore

RG: …e dove cadde la scelta?

MT: KORG mi propose proprio in quel periodo di lavorare “full time” su progetti importanti che avevano intenzione di realizzare nelle Marche, quindi scelsi di lasciare la trasmissione e gli impegni a Milano per trasferirmi sotto il Monte Conero, ufficialmente a lavorare per Synchro. Nel frattempo nacque anche KORG Italy a Osimo, e feci parte dei team di progettazione di strumenti quali tutta la serie i, e le serie Pa fino al modello 800, e molto altro.

RG: un periodo dove l’essere dimostratore voleva dire allestire un vero e proprio show…

MT: quel mondo mi affascinava molto, perché dovevi realizzare uno spettacolo musicale evidenziando le peculiarità degli strumenti, al punto da creare nel pubblico quell’effetto “Wow!” che hai citato prima. Parliamo di un periodo dove le tue foto campeggiavano nei negozi di strumenti musicali o nelle brochure del prodotto. Nelle maggiori fiere italiane – ma soprattutto in quelle straniere – ti ritrovavi sul palco a suonare con i big della musica internazionale. Ho vissuto momenti incredibili, ma tutto questo con KORG va avanti fino al 2001.

La Demo Band e "Buona Domenica"

RG: è in questo periodo che arriva la chiamata di Demo Morselli?

MT: La prima chiamata per far parte della Demo Band in realtà arrivò nel 1995, grazie all’amico sassofonista Massimo Zagonari, con cui avevo già suonato in passato e voleva coinvolgermi nell’organico dell’orchestra. L’idea mi stuzzicava parecchio anche se non si parlava ancora di TV, perché Demo suonava nei più grandi locali ed eventi italiani di quel periodo. Io però ero impegnato con KORG e non se ne fece niente. Massimo si rifece sentire nel 2001, con la stessa proposta, perché la Demo Band era impegnata in TV nella trasmissione “Buona Domenica” su Canale 5: io avrei dovuto sostituire il pianista/tastierista Danilo Riccardi che andava in tour con Renato Zero.

 

 

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Max Tempia con Massimo Zagonari al "Costanzo Show" (fonte: pagina FB Zago Boogie Band)

 

Ero single e il mio impegno lavorativo nelle Marche stava terminando, quindi accettai trasferendomi a Roma, dove andava in onda la trasmissione. Ricordo bene la data dell’appuntamento fissata con Demo a Cinecittà: l’11 settembre 2001, più o meno alla stessa ora della tragedia delle Torri Gemelle. Fu uno shock tremendo ascoltare la notizia su Radio Deejay, perché Massimo Zagonari mi raccontò che – ad agosto di quell’anno – fece una vacanza a New York visitando proprio le torri. La sera di quell’11 settembre feci il mio primo soundcheck negli studi di “Buona Domenica”.

RG: le tastiere di quel periodo?

MT: ricordo che il mio set era composto da un KORG Trinity e una Pa80, poi avevo un organo Viscount DB5, perché KORG propose il suo clone digitale CX3 solo in seguito, e infine un sintetizzatore Access Virus. Nella seconda edizione della trasmissione il set divenne sostanzialmente solo KORG, perché feci esordire la nuova Workstation Pa1, mantenni il Trinity affiancato dal nuovo CX3 e un sintetizzatore Triton Studio.

In quello stesso anno ci spostammo anche al Teatro Parioli per partecipare al “Maurizio Costanzo Show”, quindi decisi di allestire un secondo set tutto targato KORG al Parioli, con un pianoforte digitale e il nuovo sintetizzatore KARMA. In quel periodo nella Demo Band ero affiancato da Alberto Centofanti alle tastiere, mentre in seguito rimasi per diverso tempo l’unico pianista/tastierista. Riguardo agli organi, il DB5 lo tramutai in controller per pilotare l’expander Roland VK-8M, mentre il CX3 lo abbandonai quasi subito, perché superato in termini di suono dai cloni più moderni.

Il "Maurizio Costanzo Show"

RG: al “Costanzo Show” avete diviso il palco con il mitico Maestro Franco Bracardi…

MT: si iniziò dividendosi le parti musicali con Bracardi, che in principio utilizzò un pianoforte acustico Kawai, e in seguito un GT2 ibrido di Yamaha di colore bianco. Quando Bracardi decise di chiudere con la trasmissione, fummo io e Alberto Centofanti a dividerci le parti durante le puntate, e imparammo “sul campo” l’arte del celebre Maestro Bracardi: inserirsi in pause e applausi sempre con il giusto intervento musicale.

 

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Massimo Zagonari e Max Tempia accanto allo Yamaha GT2 utilizzato dal Maestro Franco Bracardi (fonte: pagina FB Zago Boogie Band)

 

RG: riguardo agli ascolti, questo è il periodo in cui si passa dai floor monitor agli in-ear anche in TV?

MT: in realtà, all’inizio si trattò di vere e proprie cuffie. Gli in-ear come li intendiamo oggi arrivarono un po’ dopo. Cominciarono a far capolino nelle varie postazioni i primi sistemi di ascolto personale della AVIOM, ma sempre in mono e mai in stereo. Con l’avvento di mixer digitali abbordabili come lo Yamaha 01V mi studiai un sistema di ascolto personale che mi svincolava completamente dal fonico in trasmissione. Utilizzavo uno 01V sia come sub-mixer per le tastiere, sia per controllare gli ascolti provenienti dalla mia centralina AVIOM e crearmi un mix personale, che potevo gestire attraverso l’uscita cuffie del mixer, senza passare dal fonico.

Quando comparvero i primi auricolari in-ear, ricordo che era gettonatissimo un modello della Sony, che però facevi affogare in un calco dell’orecchio realizzato dall’Amplifon. Oltre al costo piuttosto importante (qualche centinaio di euro solo per il calco ndr), il problema di quella soluzione fu che non potevi sostituire gli auricolari in caso di guasto, ma dovevi rifare anche il calco. In seguito, personalmente optai per degli auricolari più abbordabili come i BOSE IE2. Benché destinati a un’utenza consumer, i BOSE offrivano un suono assolutamente dignitoso anche per l’ascolto sul palco, ma soprattutto sul corpo c’erano degli agganci in silicone che si fissavano saldamente sul padiglione dell’orecchio. Ci fu infine un periodo in cui furono molto in voga dei costosi auricolari della Bang & Olufsen, dotati di un’armatura di alluminio che si inseriva nel padiglione per fissarli saldamente alle orecchie, ma questa moda durò poco.

 

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Auricolari BOSE IE2

 

La band come una famiglia

RG: in pratica, con “Buona Domenica” ritornò quel “delirio” che hai descritto a inizio intervista?

MT: assolutamente, anzi: di più! A “Buona Domenica” passarono tutti gli artisti italiani e internazionali, e suonammo con tutti. Ci fu un periodo in cui – tra noi della Demo Band – si scherzava sugli artisti con cui avevamo suonato come fossero figurine; “Michael Bublè io celo, a te manca?”. Oltretutto, tutti gli artisti – ma proprio tutti – dovevano accettare le regole della trasmissione: in primis, con l’orchestra zero sequenze, poi se c’era la promozione di un singolo o un album era tollerato il brano in “Half” Playback (con voce dal vivo ndr) o “Full”, però i loro grandi successi gli artisti dovevano cantarli sempre dal vivo su medley arrangiati dalla Demo Band. Durante l’esibizione dell’artista, ogni musicista dell’orchestra aveva sempre il suo spazio per esprimersi all’interno del brano musicale, non come accade oggi in alcuni contesti televisivi, dove se “esci dalle righe” qualche secondo ti sparano.

RG: a guardarvi da casa, si percepiva che il divertimento dell’orchestra nel suonare non era “di facciata”…

MT: a Demo Morselli va riconosciuto che – oltre alla sua preparazione a dir poco sfacciata - ha saputo creare sempre formazioni di musicisti di altissimo livello, capaci di adattarsi al volo a qualsiasi contesto musicale. Musicisti a cui Demo nei suoi arrangiamenti, e lo ribadisco, ha sempre dato il giusto spazio per esprimersi e divertirsi. Ricordo un fonico della RAI che – al termine di un soundcheck – alla domanda se tutto era a posto rispose: “Che ti devo dire? Io alzo solo i volumi e il resto lo fate voi!”.

In quel periodo frequentavo più i musicisti della Demo Band che la mia famiglia. Praticamente 12 ore al giorno sempre insieme, prima nel cosiddetto “lavoro” e poi la sera a girare e suonare per i locali di Roma. Oggi con molti di loro ho mantenuto contatti praticamente quotidiani, e non manca occasione di suonare ancora insieme, ma così come allora non c’è bisogno di dirsi nulla quando c’è da vedere che parti eseguire, basta guardarsi negli occhi. Un affiatamento incredibile, grazie a Demo.

 

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Max Tempia e Demo Morselli sul palco a Zagarolo, nel 2013 (ph. R.Gerbi)

 

RG: qualche aneddoto curioso di questo “delirio”?

MT: Oltre a quelle “dinamiche” giornate già vissute a Cologno Monzese ai tempi di Funari, in Mediaset a Roma si aggiunsero anche serate e viaggi incredibili. Ci è capitato anche di terminare la trasmissione a Roma, poi correre a Fiumicino e salire su un jet privato per suonare al concerto di Capodanno in Piazza Duomo a Milano. Infine, nel cuore della notte, riprendere l’aereo e tornare a Roma per un’altra trasmissione del giorno successivo. Dormire? Un optional…

Un altro ricordo indelebile è l’ingaggio della Demo Band al completo per il matrimonio di un magnate russo, che si tenne a Villa Erba, sul Lago di Como. Tu pensa che noi suonavamo solo nel momento dell’aperitivo sul porticciolo, e basta, perché durante il ricevimento si sarebbero alternati un numero imprecisato di artisti, tra cui anche Al Bano. Nelle campagne elettorali, politicamente eravamo trasversali, perché ci ingaggiavano tutti i partiti!

 

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(Ph. Mattia Bodo)

 

RG: e in questo curioso giro d’Italia che strumenti portavi con te?

MT: In questo periodo piuttosto frenetico come spostamenti, cominciai a impiegare il computer e i virtual instrument, lasciando al service la gestione del trasporto degli strumenti hardware nei grossi eventi. Ricordo quando installai la prima versione del software VB3 dell’amico Guido Scognamiglio di GSi, che utilizzavo insieme agli archi orchestrali di East West, ma una parte alla volta, perché con i computer dell’epoca l’uso multitimbrico poteva pregiudicarne l’affidabilità. Ricordo anche l’ottima interfaccia DigiFace di RME che portavo sempre con me nello zaino: compatta, stabile e con un suono incredibile.

Causa il traffico, a Roma eri costretto a circolare in scooter, e noi della Demo Band ci adeguammo. Andavo in trasmissione o a qualche serata in giro per la capitale con un controller MIDI Novation tra le gambe, lo zaino sulle spalle con il computer e la RME, mentre nel bauletto dello scooter inserivo tutti gli accessori e i cavi. Questo set portatile mi fu rubato durante una sosta con la mia autovettura a un Autogrill sulla A1, dopo un concerto con la Demo Band. Un episodio che, a ripensarci oggi, fa ancora male.

RG: eh, immagino, ma gli strumenti gestiti dal service?

MT: in un primo tempo sicuramente il DB5 Viscount - oramai quasi semidistrutto - con cui pilotavo sempre Roland VK-8M per gli organi, poi ricordo un pianoforte digitale KORG SG-1 Pro X e il Triton. In seguito, quando l’organico della Demo Band si arricchì con l’inserimento di un giovane Jacopo Carlini alle tastiere, mi concentrai solo sui pianoforti e gli organi.

RG: hai seguito Demo anche in quelle trasmissioni che fece in RAI quando Costanzo scelse di interrompere il suo show a Mediaset?

MT: certo. Con la Demo Band feci programmi come “Chi fermerà la musica” e “I Love Italy”, ma anche diverse edizioni del Festival di Castrocaro o eventi RAI con ospiti speciali, come per esempio Lucio Dalla.

 

 

La Zago Boogie Band

RG: quando Maurizio Costanzo decise di tornare in onda nel 2015 con il suo show, cosa accadde?

MT: Costanzo chiamò Massimo Zagonari che allestì per l’occasione un organico denominato “Zago Boogie Band”, coinvolgendo me e altri componenti dell’orchestra come Fabrizio Sforzini al basso, Rino Dipace alla batteria, Mauro Borrini alle chitarre, Alessandro Inglese per gli arrangiamenti, infine Dino Gnassi e Sergio Vitale ai fiati, che ebbe l'idea del "Boogie" nella nostra denominazione. In trasmissione ebbi l’onore di suonare il buon vecchio Yamaha GT2 bianco del Maestro Bracardi, affiancandolo al mio setup.

In quel periodo ero impegnato anche come dimostratore e consulente per Casio Italia, quindi portai sul palco inizialmente un pianoforte stage Privia PX-5S e un sintetizzatore Kurzweil PC3K6. In seguito, rivoluzionai il set mantenendo il GT2 e inserendo un expander Roland Integra-7, un modulo Crumar Gemini e il MIDI Router Sipario per la gestione delle scene del set. Come sub-mixer utilizzavo un piccolo Mackie analogico, mentre gli ascolti anche qui erano AVIOM.

Riguardo agli strumenti Crumar, ci tengo a ricordare che la mia non è mai stata una semplice collaborazione, ma i frutti di un'amicizia partita fin dai tempi del progetto Hamichord, realizzato dalla BG's di Andrea Baldassari, il nipote di Alfredo Gioielli fondatore della PARI, e Andrea Agnoletto, che in seguito ha fatto rinascere la Crumar insieme al già citato Guido Scognamiglio.

La chiamata a "Domenica In"

RG: nel 2018 infine approdi anche al celebre programma domenicale di RAI 1…

MT: complice Stefano Magnanensi, direttore dell’orchestra della trasmissione, che mi ha chiamato. Il setup di “Domenica In” inizialmente è stato la copia speculare di quello previsto al “Costanzo Show”, così da mantenere la stessa programmazione delle timbriche. Avevo uno Yamaha GT2 un Crumar Gemini per tutto il resto e il Sipario come router MIDI. Essendoci già dei tastieristi in organico io ero fondamentalmente il pianista nella trasmissione. Nella band c’erano già amici quali Massimo Zagonari e Sergio Vitale nella sezione fiati, ma un personaggio su cui vorrei soffermarmi è un tastierista come Larry del Prete, perché è stato fondamentale nell’evoluzione della nostra postazione nelle edizioni successive della trasmissione.

 

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Larry del Prete (fonte pagina FB dell'artista)

 

Dopo il COVID arrivò Larry e fu la svolta, perché vediamo tanti pianisti/tastieristi all’interno delle trasmissioni televisive, ma ne conosco pochi in grado di “cadere in piedi” di fronte a un’improvvisazione o a un fuori programma musicale, che a “Domenica In” è praticamente la prassi. Ecco, Larry è uno di questi. Al sabato fai le prove, ma ci sono artisti che arrivano pochi minuti prima della messa in onda, e spesso i brani non sono concertati con loro, ma sono totalmente improvvisati in diretta. Larry ha una profonda conoscenza dei nostri strumenti e sa programmarli a fondo, inoltre è anche un buon pianista, quindi in trasmissione – quando accadono certi “fuori programma” – insieme riusciamo a porre rimedio al volo semplicemente con uno sguardo.

Tra l’altro, Larry è nipote di quel Franco del Prete che con James Senese fece parte degli Showmen, e in seguito fondarono i Napoli Centrale, dove militò in gioventù anche un certo Pino Daniele

 

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Max Tempia negli studi di "Domenica In" (Fonte M.Tempia)

 

RG: nel frattempo, purtroppo scompare Maurizio Costanzo…

MT: la scomparsa di Costanzo e la chiusura della trasmissione ha posto fine anche al doppio setup RAI/Mediaset, e il feeling stabilito con Larry a “Domenica In” mi ha spinto a portare in studio l’organo e altri sintetizzatori. Oltre al fido Gemini, di Crumar ho inserito anehe il Mojo 61 per poi passare alla variante a doppio manuale, e recentemente il nuovo pianoforte digitale Parsifal.

Altri strumenti utilizzati negli anni sono stati un KORG Kronos e un controller MIDI KeyLab di Arturia, mentre il Router Sipario è sempre stato un punto fermo per la gestione di scene e routing MIDI. Come sub-mixer, oggi mi affido a un compatto e ben sonante MIDAS MR 12, mentre per i cavi recentemente mi affido a quelli realizzati dall'italiana D Cables, perché si sono rivelati una bella marcia in più al  mio suono. Gli ascolti a “Domenica In” sono basati su un buon vecchio sistema Live Personal Mixer Roland serie M-48, mentre per gli in-ear che sto utilizzando bisognerebbe aprire una parentesi su quelli prodotti da KZ. Quando comparvero “fecero il botto” tra gli addetti ai lavori.

RG: ma ti ricordi anche il “terremoto social” tra gli appassionati?

MT: eh, già. Non c’era giorno che qualcuno non postasse foto gridando al miracolo. Alla fine, le ho prese anch’io e devo ammettere che il rapporto qualità/prezzo è molto alto. Tanti particolari di questi auricolari rimandano all’universo “Pro” dei musicisti: per esempio, il corpo degli auricolari in metallo o il cavo a innesto che puoi sostituire in caso di rotture. Riguardo alla resa all’ascolto, le KZ non hanno nulla da invidiare a un in-ear professionale di ben altro prezzo. Si rompono? Anche se ultimamente sono un po’ aumentate di prezzo causa il successo, con qualche decina di euro le ricompri. Personalmente consiglio sempre di provarle.

 

 

RG: da diverso tempo nel tuo setup si vede anche un tablet: solo per gli spartiti o anche altro?

MT: solo per gli spartiti, perché l’avvento dei tablet ha rivoluzionato la gestione delle partiture. Ritorniamo indietro ai tempi di Funari o di “Buona Domenica”: il Maestro Siani o Demo Morselli avevano il classico copista che passava ore a “tirar giù” gli arrangiamenti dei pezzi per ogni orchestrale, fino a notte fonda. Quintali di fogli che – molto spesso – infilavi poi in una cartella nello zaino, perché probabilmente utili in futuro.

Oggi grazie ai tablet hai azzerato la carta e quei corposi volumi da poggiare sul leggio. Puoi scannerizzare una partitura, condividere un arrangiamento al volo o accedere a un intero repertorio in pochi secondi, basta un “clic” sullo schermo. Per chi sta scegliendo un tablet per questo scopo, suggerisco sempre di puntare su modelli con uno display generoso, diciamo dai 13 pollici in su. Saranno più scomodi da trasportare, ma la vostra vista ringrazierà.

 

Cosa farò da grande...

RG: siamo arrivati alla fine, e adesso cosa farà Max Tempia?

MT: Il bello della mia carriera è che non so mai cosa rispondere a questa domanda, perché appena finisce un progetto ne arrivano almeno altri due, quindi si riparte. Non appena terminata “Domenica In”, dovrei riuscire a completare alcuni progetti discografici. Ci sono un paio di album jazz da terminare, più uno di pianoforte solo che è da chiudere da almeno mille anni… se vogliamo, da lavorare per i prossimi mesi ne ho.

Poi, se saltano fuori altri progetti interessanti, ben vengano, come sempre! Nel frattempo, il Biella Jazz Club di cui sono Presidente quest’anno spegne ben 60 candeline, e con amici del direttivo quali Massimo Serra e Maurino Dellacqua siamo impegnati a organizzare concerti ed eventi di alto livello in questo periodo, per celebrare al meglio questo importante traguardo.

RG: come la bella mostra fotografica che racconta in 70 immagini i 60 anni del Biella Jazz Club?

MT: La mostra ha inaugurato le celebrazioni, ma il programma di quest’anno è in costante evoluzione. Dirigere un’associazione storica come il Biella Jazz Club è una bella responsabilità, ma fortunatamente il mio girovagare per TV e concerti in tanti anni è servito per conoscere e reclutare artisti italiani e internazionali di un certo calibro da far esibire al Jazz Club.

Nei primi mesi del 2026 abbiamo ospitato il trio Maccianti, Roberto Gatto e Ares Tavolazzi, Nugara Trio feat. Anais Drago, Alberto Barattini Trio, il terzetto argentino “Tres Latin Jazz” o il tributo a Charlie Parker del “Looking Up Quartet”. Vi rimando alla nostra pagina Facebook per scoprire gli eventi futuri.

Tra l’altro, negli ultimi 10 anni la mia vita privata è cambiata e devo dedicare del tempo anche a mia moglie Paola e Laura, mia figlia. Come ci diciamo spesso io te, ci vorrebbero mille vite per seguire tutto, ma va bene così!

RG: vero, il tempo non basta mai, ma ce la faremo!. Grazie Max per questa bella chiacchierata.

 

 

 

 

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