Serie S: la storia dei Sampler Roland


Prima del software, dei plug-in e delle librerie virtuali rintracciabili nel suo Cloud, Roland realizzò macchine incredibili come i sampler Serie S: vi racconto la loro storia

 

 

Serie S Roland: come inizia la storia

C'è stato un momento in cui campionare un suono significava fare i conti con memoria, tempi di registrazione, supporti di archiviazione e procedure che oggi sembrano appartenere a un'altra era.

Era la seconda metà degli anni Ottanta. I sintetizzatori digitali stavano conquistando gli studi, il MIDI aveva iniziato a mettere in comunicazione strumenti differenti e il campionamento digitale si preparava a diventare uno degli strumenti creativi più importanti della musica contemporanea.

È in questo scenario che Roland costruisce la propria famiglia di sampler della serie S.

Non una semplice successione di macchine, ma una linea evolutiva attraverso la quale l'azienda giapponese accompagna il sampling dalla dimensione ancora sperimentale dei primi strumenti fino ai sistemi professionali destinati agli studi degli anni Novanta.

Prima di partire con la storia, una premessa: tutta la serie S era sprovvista di DSP per gli effetti. Oggi farebbe gridare allo scandalo questa scelta, ma ragionando sulla tecnologia dell’epoca questo taglio apportato da Roland ha un senso.

Il brand giapponese scelse di riservare tutte le risorse di calcolo disponibili al campionamento, fornendo un ampio parco connessioni su tutta la gamma, in modo da veicolare individualmente i segnali a un mixer e processori effetti esterni per il trattamento.

Oggi accade l'esatto contrario: con le potenze di calcolo odierne costa molto meno un DSP che una generosa scheda con ben otto Out analogici...

Fine della premessa, partiamo con la mia storia, che vuole celebrare i 40 anni del sampling in casa Roland.

 

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Roland S-10

 

1986: arriva S-10 

Il primo capitolo si apre con il Roland S-10.

Presentato nel 1986 e commercializzato l’anno successivo, questo sampler a tastiera rappresenta una delle prime porte d'accesso al campionamento firmate Roland. La tecnologia è ancora costosa e le risorse disponibili sono lontane anni luce da quelle di un moderno computer, ma il concetto è già rivoluzionario: prendere un suono reale, registrarlo digitalmente e trasformarlo in qualcosa che può essere suonato attraverso una tastiera.

La memoria limitata e un supporto come l’economico (all’epoca) Quick Disk da 2,8” impongono inevitabilmente un approccio essenziale.

Ogni campione deve essere scelto con attenzione. Ogni secondo di audio ha un peso. Ma proprio queste limitazioni contribuiscono a definire una nuova grammatica musicale.

 

 

S-10: caratteristiche generali

Le caratteristiche di questo sampler oggi fanno sorridere:

  • Multitimbricità: 4 parti
  • Polifonia: 8 note
  • Risoluzione: 12 bit – 30 kHz (o 15 kHz)
  • Memoria interna: 25 kB suddivisa in quattro banchi da 64 kB ciascuno
  • Tempo di campionamento: 4,4 secondi (1,1 secondi per banco di memoria)
  • Tastiera: 49 tasti “synth action” con supporto della Velocity

Benché destinato a un’utenza consumer, l’S-10 era fornito di un filtro passa alto/passa basso e funzioni come l’arpeggiatore (non sincronizzabile al MIDI, purtroppo) e parametri di editing di rilievo, tra cui l’Autoloop, il Cut del sample, il Reverse o l’intonazione.

I sample dei quattro banchi di memoria potevano essere combinati a coppie (A+B, A/B+C/D, ecc.) in split su due zone della tastiera (Lower e Upper).

Roland propose anche la versione a rack di S-10, mantenendo però la denominazione MKS (MKS-100) che caratterizzava gli expander della casa di Osaka in quel periodo.

L’anno successivo, Roland scelse di unificare la serie sotto la stessa denominazione, e propose l’upgrade dell’MKS-100 rinominandolo S-220, con una polifonia raddoppiata rispetto a S-10/MKS-100 e dotato di 5 Audio Out nel parco connessioni.

 

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Roland S-50

 

Roland S-50: per campionare seriamente

Se con l’S-10 l’utente poteva cominciare a sperimentare, con l’S-50 l’utilizzo del sampling diventava una cosa seria. Il cuore della macchina non è soltanto il campionamento. È l'editing.

Roland introduce infatti nell’S-50 un sistema basato su monitor video e controller dedicati quali un mouse, il pannello esterno RC-100 e la tavoletta grafica DT-100, attraverso i quali diventa possibile intervenire sulla forma d'onda e organizzare il materiale audio con un livello di controllo decisamente superiore rispetto alle prime esperienze di sampling.

È un passaggio fondamentale.

Il campione comincia a essere considerato alla stregua di un elemento musicale da montare, modificare e programmare.

 

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Roland S-50 in un depliant Roland per il mercato giapponese, con monitor e tavoletta grafica DT-100

 

Altro piccolo particolare non da poco riguarda l’immagazzinare i dati: l’S-50 dispone di una più costosa (all’epoca) unità Floppy Disk da 3,5”. Roland introdusse su questa serie anche il software sequencer denominato SYS-503, che trasformava l’S-50 in una sorta di mini workstation, per fissare le proprie idee musicali.

In pillole, le altre caratteristiche:

  • Tastiera: 61 tasti “synth action” con supporto per Velocity e Aftertouch
  • Polifonia: 16 note
  • Multitimbricità: 4 parti
  • Risoluzione: 12 bit – 30 kHz (o 15 kHz)
  • Memoria interna: 756 kB
  • Tempo di campionamento: 14,4 secondi a 30 kHz (28,8 secondi a 15 kHz)

La versione 1.0 del sistema operativo dell'S-50 consentiva di gestire fino a 16 timbriche (o Tone), mentre nella successiva versione 2.0 fu stata estesa fino a 32 Tone.

La risoluzione interna è a 12 bit, mentre il DAC degli Audio Out è a 16 bit.

Rimarchevole infine – tra le modalità di campionamento – quella automatica in grado di attivarsi rilevando il segnale degli ingressi audio.

 

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Roland S-550 in una brochure dell'epoca, con Monitor CRT, controller RC-100 e mouse

 

Roland S-330 e S-550: i sampler rack da studio

La risposta di Roland alle esigenze degli studi arriva anche attraverso il formato rack, nel 1988.

L'S-330 porta l'esperienza dell’S-50 in una macchina destinata a integrarsi più facilmente con un set MIDI composto da sintetizzatori, sequencer e altre apparecchiature. Le caratteristiche generali sono pressoché analoghe, compreso il supporto per le utility software fornite da Roland.

La riduzione del formato a una singola unità rack costrinse Roland ad alcuni tagli nel parco connessioni, tra cui l’adozione di otto prese in formato Pin/RCA per gli Audio Out.

Nonostante alcune analogie quali il display e i controlli sul pannello, l'S-550 offre molto di più rispetto all’S-50 da cui deriva. In primis, la memoria interna, estesa fino a 1,5 MB, ma soprattutto l’introduzione di una sezione filtri in tempo reale, denominata da Roland Time Variant Filter (o TVF) derivata dal sintetizzatore D-50.

Con l’S-550 il monitor video non è più un optional, ma un protagonista dell'ambiente di lavoro. Il musicista può entrare nel dettaglio del campione, modificarlo e costruire una struttura sonora che non esisteva prima della registrazione.

Nel frattempo, fuori dagli studi, la musica sta cambiando rapidamente. Hip-hop e cultura del sampling stanno trasformando il rapporto con le registrazioni esistenti. La neonata musica House e la techno in seguito utilizzano campioni, loop e batterie elettroniche come componenti fondamentali della produzione. Nel pop il campionamento diventa una risorsa per creare arrangiamenti e texture sonore.

Roland si adeguò potenziando i suoi sampler e realizzando alcuni strumenti derivati dalla serie S.

 

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Roland W-30

 

Derivazioni dalla serie S - Roland W-30: il sampler si fa workstation!

Per chi scrive, un tuffo al cuore raccontarlo.

Il W-30 è stato la mia prima workstation a tastiera, e benché soffra di qualche acciacco dovuto all’uso, ancora è presente nel setup del mio studio.

Nel 1989 Roland introdusse questo modello, combinando il suo fortunato sequencer MRC e la sezione sampler dei serie S dell’epoca. L’architettura fu ripresa dall’S-550, mantenendo anche la sezione TVF per i filtri e aggiungendo un LFO, ma la memoria interna fu dimezzata.

Sul W-30 furono tolte le porte per monitor e controller esterni, ma Roland inserì un ampio display LCD per l’editing del sequencer e delle forme di onda.

Su questo modello comparve per la prima volta una porta SCSI che – attraverso un kit Roland venduto separatamente (e particolarmente costoso, denominato KW-30) - consentiva di collegare al W-30 periferiche esterne quali un CD-ROM o un hard disk. Immaginatevi passare dal singolo Floppy da 3,5” a diversi banchi suoni racchiuse in un’unità esterna da 20 MB, richiamabili con un semplice “click” dal pannello… per l’epoca, incredibile!

 

 

Queste le caratteristiche principali del Roland W-30:

  • Tastiera: 61 tasti “synth action” con supporto per Velocity e Aftertouch
  • Multitimbricità: 8 parti
  • Risoluzione: 12 bit – 30 kHz (o 15 kHz), con stadio DAC degli Audio Out a 16 bit
  • Memoria interna: 756 kB
  • Tempo di campionamento: 14,4 secondi a 30 kHz (28,8 secondi a 15 kHz)
  • 8 Audio Out indipendenti
  • Sequencer 16 tracce più tempo Track con risoluzione 96 ppqn, capacità interna di 15.000 note circa
  • Compatibilità con song dei sequencer MRC e con i sample serie S-50/S-330/S-550
  • Display LCD da 240x64 pixel
  • Porta SCSI

Grazie al supporto sysex sul sequencer, il W-30 fu per diverso tempo il centro nevralgico del mio set anche sul palco. Creavo song di pochi kB che contenevano esclusivamente le stringhe sysex per modificare le timbriche e le configurazioni di synth e moduli esterni: in pochissimi secondi il mio "frigo di expander" era pronto per il brano successivo!

Altro plus, il supporto per l’Aftertouch, peraltro su una meccanica con tasto “light” che ho sempre trovato molto gradevole come Action.

Tornando alla nostra storia, con l’avvento del W-30 il sampler sta quindi entrando in una nuova fase negli anni novanta: il campione come strumento.

È forse questo il concetto più interessante per comprendere la serie S di Roland e i campionatori in generale. Un sintetizzatore genera un suono attraverso una sintesi. Un sampler parte invece da qualcosa che esiste già.

Una batteria, una voce, una chitarra, un rumore, un pianoforte o una registrazione ambientale possono diventare la base per costruire un nuovo strumento.

S-770, il sampler professionale

Roland porta questa filosofia verso il segmento professionale con l'S-770, comparso anch’esso nel 1989.

Un sampler in formato rack che rappresenta uno dei vertici della famiglia e testimonia quanto rapidamente la tecnologia del sampling sia evoluta in pochi anni: ne sono passati solo tre dal primo S-10…

Maggiore qualità audio (la risoluzione sale a 16 bit), più possibilità di gestione del materiale e un sistema pensato per un utilizzo professionale fanno dell'S-770 una macchina destinata a studi nei quali il campionamento è ormai parte integrante del processo produttivo.

Ecco le caratteristiche:

  • Multitimbricità: 16 parti
  • Polifonia: 24 note
  • Memoria interna: 2 MB espandibili fino a 18 MB
  • Risoluzione: 16 bit con frequenza variabile da 22 kHz a 48 kHz, risoluzione interna a 20 bit
  • Tempo di campionamento: 22 secondi a 44,1 kHz (utilizzando i 2 MB di serie)
  • Memorie Tone: 128 locazioni, 64 patch multiple
  • TVF e TVA a 5 segmenti e LFO assegnabile con sei forme di onda
  • HD SCSI interno da 40 MB
  • Compatibilità con i sample dei Roland S-550 e W-30 (tramite conversione)

 

 

L’S-770 consente di collegare un monitor esterno, periferiche SCSI come CD-ROM, hard disk o dispositivi di archiviazione removibili (dischi magneto ottici, ZIP Disk, ecc.) nonché quelle esterne studiate da Roland per i suoi sampler (RC-100, DT-100 e mouse).

Nel parco connessioni spiccano gli ingressi audio su prese in formato XLR e gli I/O digitali SPDIF disponibili su doppia tipologia di prese selezionabili (elettrico e ottico).

Tra le altre caratteristiche, segnalo l’esordio su questo sampler di funzioni quali il ricampionamento, Time Stretching e Pitch Shift, espansione/compressione del sample o la conversione della frequenza di campionamento.

Roland rilasciò in seguito (1991) il modello S-750, una versione “scaled down” dell’S-770 priva nel pannello posteriore delle connessioni digitali e gli ingressi XLR, mentre l’hard disk interno si poteva installare tramite kit opzionale.

 

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Roland DJ-70 MKII

 

Derivazioni dalla serie S: DJ-70

Dai motori dei serie S furono realizzate alcune varianti sul tema sampling che “parlavano” Italiano, come il DJ-70, essendo stato prodotto da Roland Europe nel suo stabilimento ad Acquaviva Picena.

Non fu uno strumento fortunato sotto il profilo commerciale. Fedele al suo motto: “We design the future”, Roland però con alcune idee all’avanguardia spesso andava ben oltre le tendenze di un preciso periodo storico.

Questo spiega perché diversi prodotti del brand giapponese furono rivalutati dagli appassionati quando oramai erano già fuori produzione: un esempio tra i più noti è il sintetizzatore JD-800.

Torniamo al DJ-70, fu prodotto in due versioni:

  • La prima comparve nel 1992 ed era dotata di un engine derivato dagli S-750/770
  • Il successivo modello MKII fu rilasciato nel 1996 ed era basato sul motore dell’S-760 che vedremo in seguito.

Il target a cui si rivolgeva lo indica la sua denominazione: DJ o appassionati che – in performance Live o in situazioni broadcast come trasmissioni radio o TV – volevano inserire fraseggi, stacchi o semplici effetti sonori basati sul campionamento.

Dotato di una tastiera a 37 tasti con supporto per Velocity e Aftertouch, il DJ-70 offriva sulla destra del pannello comandi un generoso Jog-Dial, per utilizzare la tecnica dello “scratch” sui sample. Sopra la tastiera al centro del pannello, il DJ-70 forniva inoltre un set di pad/switch con cui triggerare i sample.

Quali i tagli rispetto ai serie S al top di gamma all'epoca? Tanti. In primis, il set di connessioni sul pannello posteriore si limita a una coppia di ingressi audio per il campionamento e due Audio Out L-R.

La memoria interna della prima versione è sempre di 2 MB, ma si può espandere solo con altri 2 MB su SIMM opzionale. Tra i plus del DJ-70, il re-sampling, il sequencer interno con RPS e la modalità “Load While Playing” legata ai sample, caricabili però solo tramite Floppy Disk.

Nella versione MKII la memoria espandibile sale a 32 MB, mentre sul pannello posteriore è inserita la presa SCSI, che consente l’importazione (e la conversione tramite utility dedicata) da unità esterne anche di sample in formato Akai S1000. Nel sequencer è possibile infine “agganciare” i sample al BPM del progetto.

 

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Roland Serie S: S-760

 

S-760: il passaggio agli anni Novanta

Il canto del cigno della serie S, perché dopo questo modello Roland svilupperà altre tecnologie basate sul sampling (vi ricordate il Variphrase?) e trasformerà il campionatore in sezione da integrare nei suoi sintetizzatori workstation, come la serie Fantom o gli expander della gamma XV.

L’S760 uscì nel 1993, in un formato ridotto a una sola unità rack, ma con tutta la potenza dei sampler S-750/770 aggiornata ai canoni del periodo.

Il Roland S-760 monta convertitori a 16-bit lineari con sovracampionamento a 24-bit e frequenze di campionamento selezionabili a 44.1 kHz o 22.05 kHz. La polifonia è sempre di 24 note. La catena di sintesi include la sezione filtri TVF (Low Pass, Band Pass, High Pass) e quella TVA con inviluppo a cinque segmenti.

La memoria interna di 2 MB era espandibile con delle più abbordabili (all’epoca) SIMM a 72-pin fino a 32 MB. La porta SCSI nel pannello posteriore consentiva di interagire con supporti esterni quali hard disk, CD-ROM o altre unità di memoria come quelle di Iomega, per esempio, basate su cartucce ZIP o le più capienti JAZ.

Inoltre, il Roland S-760 era espandibile con una costosa scheda opzionale denominata OP-760-01 (Power Sampling Expansion), in grado di fornire un’uscita video per un monitor S-Video o composito, la presa per il mouse proprietario MS-1 e porte I/O digitali in formato SPDIF. Questa scheda era praticamente indispensabile per chi voleva compiere dell’editing, perché una procedura analoga effettuata tramite il piccolo display LCD da 160x64 pixel e i pochi controlli sul pannello era impraticabile.

L’S-760 legge nativamente le librerie Roland Serie S-700 e S-550. Inoltre, è in grado di convertire e importare campioni in formato Akai S1000 / S1100, che all'epoca dominavano il mercato in termini di contenuti.

 

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Roland JS-30

 

Last but not least #1 - Ultime derivazioni: JS-30

Il JS-30 fu prodotto sempre da Roland Europe in Italia, a partire dal 1994. Un modulo “Sampling Workstation” in formato desktop rivolto prevalentemente ai DJ e i primi Producer dell’epoca.

Si è guadagnato un certo apprezzamento nel tempo tra gli appassionati di dance e musica elettronica per una peculiarità insita del suo carattere sonoro. Nonostante il JS-30 montasse convertitori A/D a 16 bit e D/A a 20 bit, utilizzando la RAM onboard da 1 MB il sistema operativo fissava la risoluzione a soli 8 bit!

Espandendo la memoria con SIMM da 30 pin (fino a 4 MB) si sbloccava la risoluzione massima, ma quella ridotta a soli 8 bit ha fatto breccia nel cuore di chi vuole riprodurre sample “lo-fi” piuttosto ruvidi come carattere.

Altre caratteristiche del JS-30 sono il sequencer integrato a 4 tracce, i 13 pad sul pannello comandi disposti con le fattezze di un'ottava di pianoforte per il trigger dei campioni, infine un controllo Crossfader, per sfumare in tempo reale tra l’eventuale sorgente audio esterna e i campioni riprodotti. La porta SCSI abbinata alla modalità Dual, consente di importare da unità esterne nuovi sample durante una performance.

 

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Roland MS-1 (credits: Elperfectoinsecto)

 

Last but not least #2 - Ultime derivazioni: MS-1

Parallelamente al JS-30, dal Giappone Roland propose sempre nel 1994 il Digital Sampler MS-1, un compatto ed economico modulo in formato desktop destinato al mercato entry level. L’MS-1 si può considerare come il capostipite della fortunata serie di Sampler Phrase (o SP) marchiati inizialmente Boss e poi Roland, tra cui un best seller come l’odierno modello SP-404.

Sul pannello superiore troviamo otto pad in gomma per il trigger dei sample, e benché essenziale a livello di editing e programmazione, l’MS-1 si è fatto apprezzare dagli appassionati - in primis - per le quattro modalità di frequenza di campionamento impostabili:

  • High (44.1 kHz)
  • Standard (32 kHz)
  • Long 1 (22.05 kHz)
  • Long 2 (16 kHz)

Altro plus molto apprezzato in quel periodo fu l’adozione nell’MS-1 di una FlashRAM non volatile per immagazzinare i campioni. Benché limitata a soli 384 kB, consente comunque di tenere in memoria fino a 16 sample pronti all’uso. Uno slot posto sul lato destro dello chassis consente di espandere la memoria (e i banchi sample selezionabili) inserendo una card PCMCIA.

 

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Roland Fantom X8: un esempio di workstation del nuovo millennio con sezione sampling integrata

 

Cosa accadde dopo

Come scritto in precedenza, a partire dalla seconda metà degli anni novanta sequencer, drum machine, sintetizzatori e sampler iniziano a convivere come parti di un unico sistema produttivo.

Brand come Yamaha, KORG o la stessa Roland non faranno altro che realizzare in seguito workstation a tastiera (o in formato expander) e Groovebox in cui integrare le varie sezioni studiate nel tempo per prodotti dedicati.

L’avvento di personal computer compatti e sempre più potenti e i primi sampler virtuali decretarono la fine del mero e ingombrante campionatore hardware.

Brand in cui il sampler era il loro core business come EMU e Akai tentarono di resistere alla crisi studiando altri prodotti negli anni successivi, ma non bastò.

EMU fu acquisita da Creative Labs nel 1993, che in seguito acquisì anche Ensoniq, caduta anch’essa in una profonda crisi finanziaria. EMU fino alla fine dello scorso millennio ha sfornato sampler sempre più evoluti, come l’E4XT Ultra, ma nel 2002 cessò la produzione.

Akai verrà salvata dalla bancarotta nel 2004, grazie a quel Jack O’Donnell che – in seguito – fonderà un gruppo divenuto oggi un colosso del comparto musicale come inMusic. Oggi Akai - non a caso - è tornata prepotentemente in auge con prodotti che rimandano in termini di estetica e operatività agli anni ottanta/novanta.

 

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Dalla mia collezione di sampler: EMU E6400

 

Cosa rimane di quell’epoca?

Sicuramente la miriade di contenuti realizzati per quei sampler. Migliaia e migliaia di MB realizzati da veri e propri “guru” del campionamento come, per esempio, quell’Eric Persing che fece la fortuna di Roland con le sue librerie, e che in seguito fondò una software house come Spectrasonics.

Banchi di timbriche realizzate in origine con sample della durata che oggi fa sorridere (0,4 msec ciascuno!), ma possono rivelarsi ancora un'ottima base di partenza per chi vuole sperimentare, anche con i più recenti sintetizzatori workstation.

Internet consente spesso di recuperare gratuitamente questi contenuti, e con dei converter software sempre reperibili online renderli compatibili con strumenti più recenti.

Per i più pigri, restando sul “Mondo di Roland” (ma vi ricordate la rivista del brand?), oggi basta accedere al suo Cloud per scoprire nei vari strumenti virtuali disponibili sulla piattaforma diverse timbriche campionate in quel preciso periodo storico anche per i sampler serie S, con una qualità in certi casi pari (se non superiore) alla resa fornita dall’hardware originale.

Rimane nella memoria di chi scrive infine un periodo incredibile, dove i Roland Serie S si confrontavano non solo con i campionatori Akai, ma anche con quei competitor che abbiamo visto nel capitolo precedente.

Memoria, gestione dei campioni, editing, supporti di archiviazione e librerie furono elementi determinanti nella scelta di uno strumento. Ogni produttore interpretava il sampler secondo una propria filosofia. Ed è proprio stata questa competizione che ha spinto rapidamente in avanti la tecnologia.

Quello che dovrebbe l’utente odierno non deve mai perdere di vista ve lo racconto nell’ultimo capitolo di questo speciale.

 

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Un esempio di sampling creativo fornito da Roland oggi: SP-404MKII

 

Il modo di pensare il suono

Oggi è sufficiente aprire una DAW, trascinare un file audio e trasformarlo in un campione. All'epoca il percorso era molto diverso. Il campione doveva essere registrato, organizzato, ottimizzato, salvato e spesso archiviato su supporti dedicati. La memoria disponibile era una risorsa preziosa e l'editing richiedeva tempo.

Ma c'è un aspetto che il progresso tecnologico fortunatamente non ha cancellato: tutti quei limiti insiti in quegli strumenti obbligavano a ingegnarsi per aggirarli.

Un concetto che oggi diamo per scontato ma che, allora, rappresentava una vera rivoluzione.

 

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Akai MPC Sample: l'approccio delle storiche groovebox MPC del brand giapponese ai giorni nostri

 

I punti cardine degli storici sampler erano:

  • Prendere un suono
  • Digitalizzarlo
  • Tagliarlo
  • Modificarlo
  • Suonarlo o trasformarlo in qualcosa di completamente diverso.

È questa la lezione più interessante lasciata dai Roland Serie S e i campionatori di quell’epoca: il sampling non ha semplicemente aggiunto nuovi suoni alla musica. Ha cambiato il modo in cui quei suoni potevano essere pensati.

Sampler e groovebox odierne come – per esempio - i Roland serie SP, gli Akai MPC o lo Yamaha Pocketrak offrono prestazioni incredibili, però mantengono comunque una filosofia nell’approccio molto simile agli strumenti storici.

Ai giovani utilizzatori di tool e hardware dei giorni nostri suggerisco di non perdere mai di vista i punti cardine di quei sampler, quel modo di pensare il suono.

Il mio speciale finisce qui, se volete saperne di più su risorse o contenuti da reperire online sui sampler serie S di Roland, non esitate a scrivermi qui o sulle pagine social di SM Strumenti Musicali.

Come sempre, buona musica!

 

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