Il pretesto era la realizzazione del canonico video per la rubrica “Soundcheck!”, dove Danilo Ballo avrebbe descritto il suo attuale setup, utilizzato con i Pooh durante il tour che celebra i 60 anni di carriera della band, e invece…
Con Danilo Ballo quando ci vediamo è sempre festa e l’appuntamento non lo fissiamo mai all’ora del soundcheck, ma molto prima, così da raccontarci le ultime novità di ciascuno e scambiarci opinioni su passioni comuni come il buon cibo o il tennis.
I contenuti della nostra chiacchierata però questa volta hanno virato su argomenti tecnici molto interessanti, quindi è partita l’idea: “Dai, facciamo un’intervista oltre al video?”, e come sempre, Danilo non mi ha detto di no…
Ecco il sunto della nostra bella chiacchierata in un torrido pomeriggio di luglio sotto il palco dei Pooh.
Danilo Ballo: l’intervista
Riccardo Gerbi: Proveniamo entrambi da una famiglia di musicisti: anche tu, da bambino, sei stato letteralmente “immerso nella musica”?
Danilo Ballo: Si, anche se sono un po’ atipico come tastierista, perché da piccolo iniziai con la batteria come il mio papà, ed il mio background arriva in gran parte dall'ascolto di chitarristi. Mio papà aveva dischi su cui mi sono formato, di cui molti basati sulla chitarra, che è stato il mio primo vero grande amore: gli assoli di Terry Kath con i Chicago, i Blood, Sweat & Tears o Carlos Santana, di cui rimasi folgorato ascoltando l’album “Moonflower”.
In quel doppio disco dal vivo di Santana c’è il grande Tom Coster alle tastiere, e ascoltandolo mi si è accesa la lampadina sui tasti bianchi e neri di strumenti quali l’Hammond e i sintetizzatori Moog, e sul loro uso come contrappunto anche chitarristico. Coster usava molto il Pitch Bend e imitava gli assoli di chitarra. Io avevo all’incirca 11 anni e il mio cervello era letteralmente una spugna, che assimilava tutto quello che ascoltavo per poi tentare di ripeterlo con l’organo Bontempi che avevo a casa.
RG: Ho vissuto una crescita analoga, e avendo tre fratelli con gusti musicali differenti anch’io ascoltavo e provavo a suonare di tutto, dal Progressive fino ai cantautori o la disco music, solo che non avevo un organo Bontempi, ma un Giaccaglia ad aria…
DB: [ride ndr] Il Bontempi però durò poco, perché a casa arrivò un organo con tastiera a quattro ottave e in seguito un doppio manuale sempre a 49 tasti. Comunque, qualsiasi vinile entrasse in casa io lo prendevo e lo imparavo a memoria. Da Emerson Lake & Palmer, la PFM, i Pooh, i Supertramp, fino a colonne sonore come “La febbre del sabato sera”. Li ascoltavo, li imparavo, li suonavo e li cantavo. La svolta arrivò ascoltando un album dell’organista Klaus Wunderlich, che fece un disco ispirato a Glenn Miller chiamato “In The Miller Mood”. Un album completamente Swing, con basso, batteria e tracce di organo sovraincise, dove Wunderlich emula diversi strumenti e le sezioni fiati. A chi ci legge suggerisco di ascoltare un brano di quell’album come “Chattanoga Cho Cho”: incredibile.
Intorno ai 13 anni avviene l’incontro con quello che considero “il Re”, il mio strumento del cuore: l’organo Hammond. Conoscevo dei musicisti adulti che provavano in una cantina vicino a casa, e una sera mi invitarono a suonare con loro. Il repertorio prevedeva brani del loro periodo giovanile: Eric Clapton, Beatles o Procol Harum. Quando entrai in quella cantina mi fecero sedere davanti a un organo Hammond, e fu subito amore al primo tocco! Sentivo l’Hammond vibrare sotto le dita, con quel suono vivo che potevo plasmare a piacere muovendo i Drawbars. Se ripenso alla mia carriera, non c’è una produzione dove – quando ho potuto – non ho inciso una traccia di Hammond, e con i Pooh le occasioni sono state parecchie, perché Roby Facchinetti possiede uno splendido esemplare di B3 con Leslie L122.
RG: L’adolescenza passa tra la scuola e gli studi di pianoforte, e poi?
DB: Ho cominciato a frequentare gli studi di registrazione: nei primi anni ottanta il Room Ore di Tino Garibbo a Imperia e poi a Torino nel Charisma con l’amico Biagio Puma, all'interno del quale facevamo diverse produzioni e io lì dentro facevo girare un po' tutto quanto. Il mio regno era un sistema di tastiere ed expander collegate direttamente a un registratore multitraccia. Al Charisma ho sperimentato tanto con la programmazione MIDI. Ricordo che automatizzavo anche gli effetti dell’outboard in studio, cambiando dalla mia postazione dimensione all’ambiente di un riverbero nel mix della regia, oppure le ripetizioni del Delay… [ride ndr] Io e te siamo di quella generazione. Eh, sì, lo spippolo, la generazione dello spippolo!
RG: Arriviamo agli anni novanta, ti dividi tra l’attività al Charisma, le esibizioni live e molto altro, ma a un certo punto incontri un personaggio che diverrà fondamentale per la tua carriera…
DB: Sì, Emanuele Ruffinengo è la persona che, in qualche modo, ha scoperto il mio potenziale. A metà anni novanta Emanuele era già un produttore e arrangiatore piuttosto quotato in Italia e anche all’estero aveva un sacco di richieste. Ci incontrammo in studio e lui mi propose di iniziare questo percorso insieme; chiaramente era brutto dire di no, perché quando ti arriva del lavoro, rifiutarlo è un peccato. Accettai e lui mi portò in una casa che aveva appena preso in provincia di Pavia, dove nelle stanze c’erano più strumenti che arredamento.
RG: Un po’ come la villetta di Fio Zanotti sull’Appennino Bolognese?
DB: Fio era già molto più strutturato, lui in casa aveva comunque la sua bella regia. Noi eravamo molto, come posso dire: naif? Erano normali stanze all'interno di questa casa nelle quali Emanuele aveva accumulato su tavoli e mobili computer, mixer, strumenti hardware sincronizzati a dei multitraccia come gli Alesis ADAT o i Darwin.
RG: Ma come procedeva il lavoro in queste stanze?
DB: Eravamo molto guidati dalla volontà di fare le cose, quindi non badavi molto agli orari e al riposo. Fino a quando avevi un sopracciglio alzato e un occhio attivo cercavi di terminare il progetto, poi ti coricavi su un divano e dormivi qualche ora. Erano gli anni della formazione, quelli in cui contava di più poter salire uno scalino formativo fornendo un buon prodotto di livello. Fortunatamente avevamo una gentile signora nella casa che preparava colazioni, pranzi e cene, quindi – per non deluderla – eravamo costretti a rispettare almeno gli orari dei pasti. Emanuele ha avuto una fiducia infinita in me lasciandomi fare. Lui arrivava, apriva la porta per dire solo: "Come va?". E rispondevo: "Ah, sto facendo... Ti faccio sentire". Schiacciavo Play e lui ascoltava: "Ah, bello. No, forte, forte. Ascolta qua, in questo punto magari potresti provare a fare un'apertura diversa". Mi dava un concetto e poi se ne andava e mi lasciava fare. Non si è mai seduto al posto mio per dire: "No aspetta, ti faccio vedere come si fa". Mai successo.
Arrivammo a dover scrivere per orchestra, facemmo un disco dove dovevamo registrare a Praga una filarmonica con José Antonio Molina che dirigeva, quindi professionisti di un certo livello a cui dovevo fornire le partiture. Emanuele tranquillamente mi disse: "Guarda, se hai qualche dubbio sulla scrittura qui ci sono dei libri che puoi consultare. Fai tu e poi mandiamo, ci diranno se va bene, no?”. Mi ha coinvolto in progetti incredibili con la massima tranquillità su ogni aspetto e la massima libertà creativa. Lui per me è stato proprio ciò che dovrebbe avere ogni persona che vuole fare seriamente un mestiere, cioè la figura del mentore.
Ora siamo di nuovo in contatto con Emanuele e tra l'altro in questo periodo è impegnato nella presentazione di un nuovo strumento a modelli fisici a cui ha collaborato.
RG: Stiamo parlando del PolySWAM di Audio Modeling?
DB: Sì, esattamente. Con Emanuele Parravicini e Stefano Lucato (i fondatori di Audio Modeling ndr), Emanuele ha collaborato allo sviluppo di questo nuovo virtual instrument. PolySWAM è incredibile, perché consente di suonare un ensemble orchestrale con la tastiera in maniera molto più naturale rispetto a timbriche basate sul campionamento. Oltretutto, parliamoci chiaro, Emanuele non è uno che fa le cose tanto per fare, se si mette in gioco è perché il progetto è serio, ben strutturato. Poi Emanuele ha sempre una doppia visione, quella del programmatore e quella del musicista, per cui nello sviluppo si cerca sempre un giusto equilibrio senza perdere mai di vista la suonabilità e la semplicità di uso.
RG: Modellazione fisica vs campionamento: siamo arrivati a una svolta?
DB: Ci sarà sempre chi farà delle librerie campionate pazzesche, però avere uno strumento come PolySWAM dove tu puoi gestire tutta l’espressività sotto le mani, senza distrarsi con articolazioni e altri controlli è un altro pianeta. Per me, il campionamento sta cambiando, sta subendo una metamorfosi. Vedo comparire sul mercato prodotti come l’Akai MPC Sample, per esempio, e vedo video divertentissimi dove con questi strumenti i ragazzi creano un piccolo arrangiamento in pochi secondi grazie al campionamento. Questo “modus operandi” mi riporta ai tempi in cui stendevo tracce con l’Akai MPC60 o il sampler S950, ma oggi puoi farlo dove vuoi, con un modulo portatile dotato di batteria ricaricabile come appunto l’MPC Sample, oppure lo Yamaha SeqTrak, la Roland SP-404 o i raffinati strumenti di Teenage Engineering. Io credo che – a breve - si andrà verso l’uso del campionamento per fini creativi, mentre l’emulazione di strumenti acustici ed elettronici sarà sempre più a cura della modellazione fisica. D’altronde, Arturia o GSi ci stanno già dimostrando che si può fare, è solo questione di risorse disponibili.
RG: Torniamo al tuo rapporto con Emanuele Ruffinengo: a un certo punto arrivano anche i Pooh…
DB: Li conquistai con quell’approccio chitarristico maturato in gioventù. Emanuele mi aveva presentato e caldeggiato come loro arrangiatore, dicendo ai Pooh: “Mettiamolo alla prova, vediamo cosa fa.”. Loro mi diedero delle demo su cui lavorare e io realizzai degli arrangiamenti stendendo anche parti di chitarra fatte con tastiere ed expander. Quando ci incontrammo per ascoltare i risultati, Dodi Battaglia rimase colpito dal fatto che suonassi quelle parti con uno stile molto vicino al suo, così credibili. Fui ingaggiato e nel 2000 arrangiai l’album “Cento di queste vite”.
RG: Nel frattempo, alcuni lavori con Emanuele hanno un successo incredibile in Spagna…
DB: Nel 1997 Emanuele curò gli arrangiamenti dell’album “Màs” di Alejandro Sanz, che fu un successo clamoroso in mezzo mondo, mentre l’album “El alma al Aire” del 2001 si aggiudicò diversi riconoscimenti, tra cui quattro Latin Grammy! In quel periodo facevamo la spola anche a Praga, per registrare con l’orchestra sinfonica un album del tenore greco Mario Frangoulis (“Follow your Heart” ndr) prodotto da Emanuele. Una sorta di pop opera dove tra i brani c’è anche una mia composizione: “Un’anima sola" (Ave Maria) e cose interessanti scritte da Emanuele, poi però mi fermai.
RG: Perché questo stop con la composizione? Solo una questione di tempo?
DB: Sono molto autocritico nelle cose che faccio e spesso vado ad ascoltare i dischi che facevo nel passato per capire dove non andavo bene, se c'erano delle cose che mi piacevano e delle cose che erano da migliorare, no? Un po' come il tennista che va a riguardare i video dei suoi incontri e dice: "No, qua ero piazzato male con le gambe, invece qui non c'era la spinta". Oppure: "Qui l'ho fregato con un lob millimetrico!". Io quando faccio la mia autoanalisi come autore, nella musica italiana non sono mai riuscito a trovare veramente un qualcosa che mi facesse dire: "Ah, però… questa mia canzone è bella!". Tu pensa che la mia miglior canzone l'ho scritta insieme a Luigi Baudino, ne ho scritto il testo e lo ritengo quello più bello che io abbia mai scritto, in spagnolo però (ride ndr).
RG: Come vedi le produzioni e l'arrangiamento rispetto a 40 anni fa? Vedi dei cambiamenti, e se sì: in meglio o in peggio?
DB: Con questa domanda si cade sulla querelle odierna riguardo l’intelligenza artificiale, un argomento che - sinceramente - non mi tocca, perché lo considero un tool a supporto, stop. Nel lavoro quotidiano mi capita di “spippolare” con Suno, o con Ace Studio, sono abbonato ad entrambi perché mi piace tenermi al passo con le nuove tecnologie. Oggi magari mi arrivano anche ragazzi con progetti fatti con questi strumenti da mettere “in bella copia” e voglio poterli aprire, voglio poter sentire, voglio poter capire. Ma da musicista esperto, preferisco sempre usare la mia testa e le mie mani per confezionare i prodotti, l’AI è una mente potente, ma che troppo spesso non “pensa” le cose come un Producer professionista per poter essere considerata un tool immancabile.
Viceversa, uso molto Chat GPT per progettare sistemi, nella pianificazione aziendale addirittura, con schemi operativi, organigrammi, ecc. Però le mie istruzioni verso Chat GPT sono molto serrate, la “tengo nei binari”. Per esempio, nel caso di contratti discografici “nutro” l’AI con contratti già esistenti, in modo che possa operare su informazioni sicure, perché se analizza sulla base di una ricerca nella rete il rischio è che recuperi un sacco di errori, con il rischio di ritrovarti “gambe all’aria”. Ovviamente, il contratto finale passa sempre da un legale per una verifica, perché non siamo ancora al punto di poter essere sostituiti in toto dalla AI, ma se istruita a dovere, mantenendo questa risorsa come supporto al nostro lavoro, non vedo nulla di negativo nell’utilizzarla.
La musica liquida oggi ti mette tutto a disposizione e spesso chi crea è chiuso nel proprio home studio, da solo. Qualsiasi suono vuoi vai su Splice finché non lo trovi o te lo fai generare da un'intelligenza artificiale. Tutto molto più immediato, però spesso mancano originalità e soprattutto un confronto. Ricordo che la spinta creativa è quella che ci ha consentito di avere grandi dischi, ma già a partire dai Beatles o i Beach Boys, la sperimentazione che veniva fatta negli anni '60 ci ha portati nell'elettronica con personaggi quali Jean Michel Jarre, per esempio. Menti al lavoro, psichedelia pura. Certi album del passato sono ancora considerati dei capisaldi, ma si contano sulle dita di una mano quelli di oggi che in qualche modo tracciano la strada odierna. Forse perché manca un mentore. Secondo me, siamo talmente bombardati da quantità enormi di informazioni e di idee che ci arrivano da destra, manca, di fronte, da dietro, non sappiamo più dove girarci, e a un certo punto forse viene a mancare il momento per la curiosità, per la riflessione.
Per il resto, cos’è cambiato in questi 40 anni? Tutto. Noi abbiamo cavalcato un periodo storico evolutivo a livello di produzione musicale irripetibile. Ci si ingegnava un sacco. Tu guarda Alan Parsons cosa faceva prima di noi nei dischi dei Pink Floyd, con i nastri che giravano in loop, intuizioni che poteva avere solo una grossa anima creativa. Però non va perso di vista che Parsons in regia si confrontava sempre con i Pink Floyd per studiare nuove soluzioni.
Con Tino Garibbo a Imperia iniziai a lavorare poco prima degli albori del MIDI, sincronizzando un registratore multitraccia con un sintetizzatore Moog ad un arpeggiatore tramite CV... Si lavorava con pianoforte acustico, pianoforte elettrico, organo, Moog e Solina: zero automazioni nel mixer e modifiche apportate a mano, seguendo le note che ti scrivevi durante il progetto. Ma con Tino c’era sempre il confronto: lui la tradizione e io l’innovazione e ciascuno assimilava dall’altro. Anche in seguito al Charisma questo tipo di approccio non è cambiato.
RG: Sono gli anni in cui nacquero figure come il programmatore e il Sound Designer…
DB: Esatto, grazie al MIDI, ai sequencer e ai primi campionatori. Ricordo la fatica tremenda nel programmare sampler come l’S612 Akai o l’S-50 Roland, dotati di memorie limitatissime in cui dovevi fare dei veri e propri miracoli per importare timbriche credibili dal punto di vista sonoro. Oggi questo problema non c'è più. E i recorder? Ma ti ricordi quando un “Cut” nel brano significava tagliare fisicamente il nastro? Guardi una odierna DAW e quei tempi sembrano preistoria. Oggi ho unità di memoria da svariati terabyte in cui posso immagazzinare la discografia completa di un artista sotto forma di progetti, e ho ancora spazio per depositare altro!
I computers di ultima generazione sono spesso ottimizzati per il video, e questo avvantaggia il musicista, perché grazie a grandi quantità di memoria e archiviazione ha risorse per l’audio sufficienti anche per progetti piuttosto importanti nel proprio studio. Tu pensa che - per l'opera “Parsifal - L’uomo delle stelle” di Roby Facchinetti - ho lavorato parecchio con il mio computer desktop dotato di un processore Intel i9 con 18 processori dual, 128 GB di memoria e 12 TB di archiviazione. Sai alla fine del progetto quante tracce audio “giravano” su quel computer casalingo? 512 tracce, senza un sussulto: premevo Play e lui riproduceva.
Tanta potenza oggi è riscontrabile anche nei notebook, e questo consente la portabilità del progetto. Sai cosa ti serve? Solo un paio di buone cuffie. Se sei in giro come me in tour e hai il cosiddetto “Day Off”, accendi il notebook, apri la tua DAW, e con un paio di cuffie buone puoi lavorare a distanza.
Anche il lavoro in studio è cambiato parecchio. Una volta bisognava trovarsi in studio a registrare la batteria, la chitarra, e tutto il resto. Devi venire da me o non si fa niente. Oggi chiunque da casa sua ti fa tutto, e se parliamo di un professionista sicuramente registra nel suo studio adeguatamente trattato e con una strumentazione di livello. Oggi accade che, per esempio, chiami il batterista e dici: "Ti mando la traccia guida con il click e la parte scritta, quando mi mandi le tue tracce?". Lui ti risponde: "Dopodomani ricevi tutto”, e dopo due giorni ti arriva un bel pacchetto su WeTransfer con le sue tracce, che carichi nel tuo progetto sulla DAW e il gioco è fatto. Oramai lavori spesso così, in differita. Questo tipo di lavorazione abbatte sicuramente i costi, ma non tiene conto di una cosa: l'interazione.
RG: La passionalità?
DB: Esatto. Quando tu sei in studio con un bravo musicista, perché il termine “turnista” non mi ha mai entusiasmato, stando insieme a lui è possibile che vengano fuori delle cose aggiuntive alle quali tu prima non avevi pensato. Lavorare a distanza fornendo indicazioni su email o chat telefoniche del tipo: “fammi una traccia come ti viene, secondo il tuo sentimento”, oppure chiedere a un chitarrista di fare una parte più elettrica e l’altra meno, che “poi provvedo io con l’editing a selezionare le parti migliori” no… per me non è la stessa cosa.

Danilo Ballo, Phil Mer (il primo partendo da destra) e i Pooh salutano il pubblico al termine del concerto (ph: Silvia Colombo)
RG: Le major recentemente stanno ritornando agli studi di proprietà. La Sony l’ha allestito da tempo a Milano e la Warner ha appena annunciato la realizzazione del suo: stai a vedere che si sono accorti anche loro che questa frammentazione di una produzione fuori dallo studio non premia a livello artistico?
DB: Il fatto che una major abbia il suo studio di proprietà può essere buono, perché magari hanno l'artista interessante e si può usare per realizzare le sue demo. Mi ricordo quando, nel 1990, presi il mio primo volo Torino-Roma per andare sulla via Nomentana a fare delle demo negli storici studi della ex RCA divenuta in quel periodo proprietà BMG. In quell’edificio c'erano piccoli studi, ciascuno con il suo piano a coda, il suo registratore, il microfono, ecc., ma erano studi per fare le demo. Ma oggi investire su uno studio di livello all’interno di una major per registrare gran parte delle proprie produzioni, serve?
Io sarei più dell'idea che - a seconda dell'artista che devi incidere - ci sia una struttura adeguata. Per esempio, a Milano c'è Simone Bertolotti con il White Studio 2.0, che se devi fare un progetto acustico, semiacustico o elettronico, anche in formato Dolby Atmos, lì c’è tutto. Non devi far altro che andare da lui, farti fare la tariffa per quanti giorni e puoi fare qualunque cosa con strumenti hardware di qualità. Un altro esempio è Gianni Bini, che con Max Moroldo in zona Milano sta aprendo uno studio pazzesco. Budget permettendo, io cercherei sempre di mantenere una certa indipendenza e andare dove c’è sonorità idonee per il mio progetto.

Danilo Ballo saluta il pubblico al termine di una tappa del tour "Pooh 60 - La nostra storia" (ph: Riccardo Gerbi)
RG: Ma Danilo Ballo ha ancora del tempo per ascoltare musica come in gioventù?
DB: Certo! Guai non ci fosse. Però mi piace molto guardare quello che succede in giro per il mondo più che a casa mia. Vado ad ascoltare cose fatte in India, piuttosto che in Cina, in Corea o nell’estremo Nord Europa. Vado a intuire le tendenze, a cercare di capire come pensano loro la musica e come la vivono.
Magari resto quattro mesi impallinato con la Cina e ascolto cantanti contemporanei che sono molto preparati. I cinesi hanno una preparazione estrema. Possono cantare rap, rock o i loro canti tradizionali, passando da uno all'altro senza problemi. Mantengono ben salde le radici della loro cultura portando dentro le nuove influenze. E che dire degli indiani? Imparano a solfeggiare con l’arte del Konnakol, con le tabla, oppure cantano e imparano già i microtoni iniziando a cantare. Cantano col quarto di tono. È chiaro che per loro cantare la musica occidentale è uno scherzo. Mi piace pensare al piacere dell’ascolto come gustare un buon piatto a tavola.
RG: Ecco un’altra passione condivisa, la buona cucina…
DB: In Italia la cucina è sacra e vogliamo mangiare bene, giusto? Tu pensa se - per assurdo - il nostro senso dell'udito e la vibrazione emotiva fossero sincronizzati con l’olfatto e il palato: certi brani che girano nel circuito discografico odierno probabilmente non ci sogneremmo di realizzarli, ma nemmeno di ascoltarli.
Se da un lato siamo bombardati da queste “ricette”, dall’altro abbiamo gente che realizza un album in un mese: scritto, registrato e buttato fuori nel minor tempo possibile. Ma su quali basi durature può poggiare un progetto discografico del genere? Senza contare che - oramai - molti di questi brani hanno una data di scadenza. Passata la stagione sono in pochi a ricordarsi quella “hit”, ma capolavori della musica italiana come i successi di Franco Battiato hanno un data di scadenza? Il modus operandi di Battiato all’epoca non era molto distante da quello odierno di chi fa musica oggi bombardato da quello che c’è intorno. Anche Battiato si chiudeva in casa, fin dagli anni settanta, e si metteva un paio di cuffie e spariva dalla circolazione per giorni, perché la sua vita era tutta concentrata sull'essenza di quello che lui voleva fare: sperimentazione.
E i testi di Battiato? L’altro giorno ridevo pensando che ci sono citazioni dei grandi filosofi inserite da Battiato nei suoi brani che io ho capito trent’anni dopo. Tu pensa a questo passaggio in “Centro di Gravità Permanente”:
“Gesuiti, Euclidei, vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori della dinastia dei Ming”.
Una frase che se tu hai studiato ogni parola... Gesuiti? Ok, fammi capire cos’è un Gesuita, chi è un Euclideo o un bonzo e perché i primi si dovevano vestire come i secondi per essere accettati dagli imperatori della dinastia di Ming! Con quel poco che ho citato ce n’è già per scrivere una tesi, invece noi la cantavamo in spiaggia! [ride ndr]
RG: Passerei ore a sentire Pino “Pinaxa” Pischetola raccontare le sessioni in studio con Battiato: un genio anche quando registrava e mixava
DB: Certo. Battiato aveva queste genialità musicali e filosofiche. Lui si apriva su più fronti ma aveva radicata l'essenza della creazione, che oggi è messa molto a rischio dal fatto di avere reperibile ovunque la “pappa pronta”. I loop belli già fatti che vanno da soli, il Sound Design già pronto e se vuoi una variante sul tema clicchi il tasto successivo della tastiera e ce n'è un'altra leggermente diversa, nel tasto dopo ancora una più elaborata. Se cedi a questo modus operandi si tratta soltanto di scegliere come se fossi al McDonald's e dici: “vabbè, voglio questo panino o quell’altro?”, tanto sai già perfino che gusto hanno. Noto che si sta perdendo il piacere di passare due giorni su un qualsiasi sintetizzatore hardware/software, per tirare fuori il suono giusto, la tua firma in quel mix che ti farà dire in futuro con orgoglio: “quello l’ho fatto io!”. Il progresso tecnologico ci ha fornito strumenti sempre più sofisticati per fare musica, in grado di snellire concretamente il workflow; l’importante è mantenerli tali, come l’AI: un supporto in grado di partnerizzare e velocizzare il nostro processo creativo.
RG: Passiamo al setup del tour “Pooh 60 - La nostra storia”: che novità negli arrangiamenti e nel tuo setup sul palco?
DB: Riguardo all’arrangiamento, con i Pooh abbiamo deciso di asciugare il suono e togliere tutto quello che appariva ridondante nel mix. Negli anni diverse Hit della band sono state riviste come arrangiamento, cercando di rinfrescare il mix ai tempi moderni. Viceversa, per “Pooh 60 - La nostra storia” abbiamo compiuto il processo inverso, andando ad ascoltare l’arrangiamento originale dei brani in scaletta, cercando di preservarli il più possibile. Un processo che ha interessato anche i suoni delle tastiere, su cui ci siamo concentrati sul riproporre le timbriche originali dei vari strumenti utilizzati da Roby Facchinetti in ogni epoca. Un altro elemento su cui mi sono concentrato durante le prove riguarda le parti delle tastiere. Se Roby suona il piano e passa con la mano destra sulla tastiera superiore, per un passaggio di brass o un assolo, io vado a “coprire” l'esecuzione al piano facendo in modo che non si percepisca uno scalino sonoro.
Quest'anno mi prendo cura molto delle parti di archi. Ovviamente non è come avere un’orchestra sinfonica a supporto, come quella diretta dal Maestro Diego Basso che ha suonato con noi al debutto del Tour all’Arena di Verona, però avere un bell’ appoggio con parti di archi delle mie tastiere nel mix aiuta parecchio. La novità più evidente nel mio setup è l’adozione di connessioni MIDI in formato USB; resta collegata con il classico cavo MIDI pentapolare solo la cara vecchia NORD Electro 3, con me dal 2010.
RG: In un mondo di appassionati che corre dietro sempre all’ultimo modello realizzato, c’è ancora qualcuno che tiene uno strumento da ben 16 anni?
DB: Ma perché dovrei venderla se continua a darmi quello che voglio? Compatta, leggera e con quella tastiera Waterfall di Fatar bella liscia, per poter fare i miei scivoloni [ride ndr]! Oltretutto, le timbriche Hammond “bucano” il giusto e hanno il loro bel caratterino, con un po' di Overdrive… Insomma, comunque sono timbriche capaci di tenere ancora botta.
Le mie parti Synth quest’anno sono coperte dal sintetizzatore MOOG Muse, per gentile concessione del distributore Midiware, con cui collaboro da 15 anni. Un altro punto fermo del mio setup è il KORG KRONOS, mentre l’Arturia AstroLab 88 mi consente di duplicare le parti e, come dicevo prima, “coprire” Roby su quelle di piano o sui pad quando mi sposto sull’organo della NORD.

Danilo Ballo nella sua postazione durante il concerto "Pooh 60 - La nostra storia". Sulla sinistra, i tre Mac per gestire setup MIDI, sequenze e virtual instrument (ph. Silvia Colombo)
RG: Rispetto all’ultima volta che ci siamo incontrati sul palco dei Pooh, vedo due Mac nel tuo setup: controlli tu le sequenze dello spettacolo?
DB: Sì, stavolta gestisco io con un sistema in ridondanza la distribuzione di Timecode, MIDI Clock, Program Change delle tastiere e servizi vari. Ho due Mac che viaggiano in parallelo, per cui se uno dei due improvvisamente va in panne il secondo prosegue. Qualche sequenza nello spettacolo c’è, per esempio, in “Giorni Infiniti” è riprodotto un arpeggio di tastiera che è fondamentale nell’introduzione e richiederebbe un terzo tastierista, mentre in “Ci penserò domani” un pattern di batteria elettronica sostiene il drumming di Phil Mer, un pattern identico a quanto previsto nella versione dell’album. Per quasi tutto il resto, cerchiamo di non andare mai oltre le cinque persone che suonano sul palco.
In ogni caso, a chi verrà ai concerti di questo tour suggerisco di concentrarsi sui timbri di ciascuno, perché siamo andati davvero a ritroso compiendo un percorso filologico sul suono dei Pooh. Per esempio, il doppio rullante di Phil per emulare due periodi storici ben precisi nel “drumming” del compianto Stefano D’Orazio, oppure i suoni delle chitarre di Dodi o lo storico basso Gibson Fretless utilizzato da Red Canzian in alcune ballad sul finire degli anni settanta.
Riguardo alle tastiere, con Roby ci siamo divertiti nel ricreare le sonorità del piano elettrico Rhodes con l’effetto Phaser di contorno, dei CP Yamaha da lui utilizzati negli anni ottanta, oppure i vari Synth Lead programmati e utilizzati a partire dai primi anni settanta, come il timbro di Minimoog di “Noi due nel mondo e nell’anima”.

Danilo Ballo ringrazia il pubblico al termine di una tappa del tour "Pooh 60 - La nostra storia" (ph: Riccardo Gerbi)
RG: Ma c’è oggi la possibilità per un giovane di diventare il Danilo Ballo del futuro?
DB: Oggi una carriera in musica non è semplice. Una volta il traguardo di realizzarsi come musicista lo raggiungevi intorno ai 50/60 anni, oggi accade intorno ai 30 sperando non sia troppo presto. Oltretutto, quando arrivi in cima non sei solo, i concorrenti sono agguerriti, devi cercare di stare al tuo posto e non è semplice. C'è molta gente bravissima che insegna musica nelle piccole scuole, altri che fanno il tour con il super big del momento e poi dopo due anni li trovi nel pub. È un'oscillazione continua, perché non è stabile proprio il discorso di una carriera nella musica.
RG: Ho letto sui social un post in cui un musicista lamentava il fatto che oggi è più facile fare una carriera da content creator piuttosto che da musicista…
DB: Sì, l'ho letto anch'io. E dagli torto. Oggi devi essere in prima linea a bombardare, a fare tutorial, a far vedere che sei in giro, a segnalare agli altri sempre la tua presenza. Sei obbligato a creare un rimbombo mediatico tale che il tuo nome circoli, in modo che la gente ti tenga a mente e pensi: “Ah, si… lui per fare certe cose c’è sempre, non è sparito!”. Un meccanismo che mina anche un elemento che io considero molto importante come l’autorevolezza.
RG: Su questo argomento con me sfondi una porta aperta…
DB: I social hanno azzerato tutto. Nel nostro mondo, qualsiasi utente che non capisce un tubo di programmazione o synth si pone sullo stesso piano di amici comuni come Enrico Cosimi o Gattobus (Gianni Proietti ndr), per esempio, e interviene nelle loro discussioni scrivendo cose assurde, spesso prive di fondamento. Più veloce oggi essere un ciarlatano, che tu andarlo a smentire. Anche sotto i miei post vedo ogni tanto qualche scintilla di gente che scrive commenti tecnici discutibili, ma io non dico niente, perché ormai trovo certe diatribe una perdita di tempo.
RG: Per concludere, cosa manca a Danilo Ballo? C’è ancora un traguardo musicale da raggiungere, un sogno?
DB: Mah, guarda… i sogni sono sempre tanti, però ho raggiunto talmente tanti obbiettivi e traguardi che - in tutta sincerità - me l’avessero detto 40 anni fa non c’avrei creduto! Non ti nego che sarebbe una bella cosa un domani vedermi in un posticino in campagna, nella classica “casettina del produttore”, circondato da un po' di synth, un po' di cose da spippolare con le quali - quando ti viene voglia - ti metti un po' a creare delle cose.
Però diciamo che, all'alba dei sessanta, cerco molto di più la concretezza. Sono del segno del Toro e la testa è sempre per aria a sognare, ma resto con i piedi ben saldi per terra. Grazie alla testa ho concretizzato sogni che mai avrei immaginato, ma i piedi per terra mi dicono: “Ok, pensa un passo alla volta e fai solo quello che vale veramente la pena di fare”.
RG: Grazie Danilo.
Il video per la rubrica "Soundcheck!"
Terminata l'intervista, sono salito sul palco dei Pooh per analizzare insieme a Danilo Ballo il setup che utilizza nel tour "Pooh 60 - La nostra Storia". Nel video, realizzato per la rubrica "Soundcheck!" del nostro canale YouTube, Danilo completa la descrizione del setup fatta durante l'intervista, spiegando come funziona il sistema, quali interfacce audio, MIDI, Switcher e sub mixer utilizza, infine spiega come gestisce i virtual instrument, le sequenze e il flusso di dati attraverso i tre Mac della sua postazione, per lui e per Roby Facchinetti. Da non perdere, se amate il genere. Buona visione.

















