Behringer Model D, un nuovo Moog? Il test

Rapporto qualità/prezzo9
Suono9
Costruzione8
8.7

Moog Minimoog Model D. Questo è il nome del sintetizzatore analogico per antonomasia divenuto, nei decenni, un’autentica icona. Inimitabile nella propria essenza è stato ispiratore di diversi sintetizzatori simili nell’impostazione ma diversi nel carattere. Per la prima volta nella storia un’azienda tedesca ha commercializzato uno strumento con lo spavaldo intento di creare un clone perfetto. Il sacrilegio è stato compiuto!

Possano i lettori perdonarmi l’introduzione un po’ dissacrante ma negli ultimi mesi si è fatto un tal parlare di questo strumento (e, per estensione, di tutta la serie di cloni largamente anticipati da Behringer) che forse è il momento di tentare di sdrammatizzare un po’ la situazione. A parte quelle che possono essere le dissertazioni relativamente alla moralità dell’operazione commerciale del buon Uli (Beheriger), va considerato il fatto che quella commercializzata non si può definire una copia 1:1 del Minimoog Model D. In prima istanza di quest’ultimo ne sono uscite diverse edizioni. In seconda perché, anche nella sua riedizione migliorata e potenziata del 2016, è uno strumento a tiratura e disponibilità limitata, costruito a mano da sapienti quanto appassionati artigiani. È pesante, ingombrante e caratterizzato da imponenti inserti in legno pregiato. È dotato di tastiera e ha una meccanica solida quanto raffinata. Non di meno è costruito per durare decenni. Il clone Behringer è invece uno strumento prodotto industrialmente in Cina. È compatto, leggero ed è pensato per essere integrato in un sistema Eurorack, sia per via della sua fattura fisica che per la presenza di connessioni CV. Il layout dei comandi è pressocché identico in entrambi gli strumenti e il carattere timbrico prepotentemente vicino ma questi due elementi fanno solo parte del quadro generale. L’utenza dei due prodotti è chiaramente dissimile. Dubito che il clone Behringer stia creando apprensione in casa Moog. Chi non ha mai potuto permettersi un Minimoog continuerà probabilmente a non poterselo permettere ma potrà consolarsi con il clone Behringer. Chi da tempo considera di acquistare uno strumento Moog originale, avendone le possibilità economiche, lo comprerà perché è quello che vuole.

 

Analisi generale

Il Behringer Model D è in versione table top, con pannello inclinato e fatidici fianchetti in legno. Le somiglianze con lo chassis del Moog Mother 32 sono tutt’altro che superficiali ma cosa ci si può fare? L’irriverente Uli Behringer ha forse voluto dar prova di essere in grado di copiare più strumenti contemporaneamente? Il peso è molto contenuto e sembra pensato per essere messo sotto un braccio e portato in giro per sessioni live. Come già menzionato è concepito per essere integrato in un sistema Eurorack, in alternativa (o in aggiunta) all’essere uno strumento indipendente. Il pannello, estraibile previo svitamento di otto piccole viti, misura 70hp e, essendovi un singolo cavo ribbon da collegare, l’installazione in un sistema Eurorack avviene in pochi minuti. Il pannello, similmente al Minimoog, è diviso in sezioni. In entrambi gli strumenti sono cinque. Una sesta è presente solo nel Behringer questa comprende le porte MIDI (in e thru) e la porta USB. Nel Minimoog Model D edizione 2016, data la presenza della tastiera, le porte MIDI sono posizionate sul retro. Nel Behringer, la prima sezione partendo da sinistra, denominata Controllers, è popolata da un maggior numero di controlli rispetto al Minimoog originale. Quest’ultimo contempla la presenza di sole tre manopole: Tune, Glide e Modulation Mix. Nel clone Behringer i potenziometri sono invece cinque a cui si aggiungono tre interruttori. Le manopole extra sono denominate Mod Depth e LFO Rate. I tre interruttori sono commutabili rispettivamente tra Osc 3 e Filter EG, tra Noise SRC, LFO e tra due diverse forme d’onda relativamente all’LFO. La riedizione contemporanea del Minimoog contempla anch’essa un controllo per l’LFO (ma senza la possibilità di scegliere tra due forme d’onda) e i due interruttori sopra menzionati. La sezione successiva, denominata Oscillator Bank è pressoché identica in entrambi gli strumenti, se non fosse per la presenza, nel clone Behringer di tre punti di patch denominati Mod Source, Osc 1V/Oct e LFO CV. Anche la sezione Mixer è pressoché identica ma nel clone Behringer, nuovamente, vi è in più la presenza di quattro punti di patch: due dedicati agli LFO, uno all’External Audio In e l’altro al Mix Audio Out. Entrambi gli strumenti comprendono una serie di interruttori a cavallo tra la sezione appena trattata e quella successiva denominata Modifiers. Anche qui il clone Behringer in più offre sei interruttori contro i tre di Moog. I tre interruttori aggiuntivi sono denominati Filter Mode (e permettono di scegliere tra filtro passa basso e passa alto), Filter Decay (on / off) e Loud Decay (on / off). Nel Minimoog (sia originale che riedizione 2016) vi sono invece due interruttori posti sulla sinistra della tastiera denominati Glide e Decay. Le manopole sono in egual numero in entrambi gli strumenti ed hanno identica funzione. Nuovamente il clone Behringer offre quattro punti patch denominati Cut CV, FC Gate, LC Gate e Loud Cont. L’ultima sezione, quella denominata Output è uguale in entrambi gli strumenti. Nel clone Behringer in più c’e’ solo un ingresso Loud CV e un'uscita audio su jack da 1/8”. Una cosa che salta all’occhio è la scelta da parte di Behringer di invertire lo schema dei colori circa gli interruttori rispetto all’originale. Dove nel Minimoog i pulsanti sono rossi, nel Behringer sono blu e viceversa.

 

Behringer Model d recensione opinioni review opinions test alessandro cardinale smstrumentimusicali

Il pannello frontale in cui hanno sede tutti i controlli di Model D

Ascolto critico

Niente di più facile che tre quarti dei lettori, a questo punto, siano stati sopraffatti dalla noia o, ancor peggio, dall’irritazione, perché ancora non ho parlato della resa timbrica dello strumento. Lo faccio ora. Ad una analisi scientifica, con tanto di oscilloscopio, si evince che tutte e sei le forme d’onda di cui è dotato il Behringer, le stesse presenti nel Minimoog, suonano in modo pressoché identico a quelle generate da quest’ultimo. Anche quanto tutti e tre gli oscillatori sono operativi, a livello uditivo, il timbro generato dal Behringer è difficilmente distinguibile da quello generato dal Minimoog. Dall’ascolto delle sole forme d’onda e dal gioco effettuato con la manopola del Fine Tune del secondo e terzo oscillatore si scoprono due cose. La prima è che i controlli del Behringer richiedono un tocco molto gentile poiché oltremodo sensibili. La seconda è che il clone Behringer, a livello di intonazione generale, è decisamente meno stabile del Minimoog. A livello d’intonazione la stabilità non è l’unico problema, ve n’è un altro decisamente più consistente. Similmente a come succede con certi VCO Eurorack di poco pregio, l’intonazione non è uniforme su tutta l’estensione della tastiera. Mi spiego meglio. Durante i miei test, nella creazione di un timbro facevo si di intonare il La una sesta maggiore sopra il do centrale (ossia il La4 / A4) a 440 Hz usando il generatore di 440 Hz dello strumento stesso oppure un diapason. Mentre tale La (La4 / A4) suonava perfettamente intonato, il La un’ottava sotto non lo faceva. Non parliamo di quello due ottave sotto! Per sicurezza ho effettuato un test scientifico utilizzando un accordatore digitale. Intonando il La4 a 440 Hz, il La3 (che avrebbe dovuto suonare a 220 Hz) suonava invece a 223 Hz. Il La2 (che avrebbe dovuto suonare a 110 Hz), suonava invece a 112 Hz. Il La1 (che avrebbe dovuto suonare a 55 Hz) suonava invece a 57 Hz ossia un quarto di tono sopra il dovuto. Toc-toc! Controllo qualità Behringer? Ci sei? Essendo uno strumento analogico può essere che per il test mi sia capitato un esemplare mal calibrato ma avendo solo questo esemplare a disposizione sono tenuto a riportarne il comportamento senza mezze misure. Test scientifici a parte, ho avuto modo di provare il Behringer Model D accanto ad un Minimoog Model D (riedizione del 2016) e non ho potuto fare a meno di realizzare delle patch su quest’ultimo per poi traslarle sul Behringer. Posizionando le manopole nell’identica posizione non si ottengono due timbri con identiche caratteristiche bensì simili al 90%. Con qualche ritocco è comunque possibile ottenere due timbriche quasi identiche. È inutile nasconderlo: il Behringer suona in modo sconvolgentemente vicino al Minimoog. Benchè il Behringer sia uno strumento perfettamente utilizzabile in configurazione normalizzata, Il discorso si fa veramente interessante quando si inizia a sfruttare il corredo di patch point di cui è dotato e lo si associa ad un sistema modulare o ad un controller esterno tipo il Moog CP-251. Quest’ultimo rappresenta un compagno perfetto per il Behringer, anche grazie alle sue compatte dimensioni e alla sua leggerezza. Le timbriche ottenibili accoppiando un controller esterno come questo possono arrivare a una notevole complessità nonché espressività. Timbriche impensabili, per esempio, con il solo utilizzo del Minimoog degli anni settanta. Intendiamoci: lo strumento può tranquillamente essere patchato con sé stesso ma l’utilizzo di moduli esterni ne estende le possibilità in modo consistente. Anche la riedizione del 2016 del Minimoog Model D comprende punti di patch ma essendo posizionati sul retro dello strumento non invitano, come invece accade con il clone Behringer, a essere utilizzate in modo estensivo.

 

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Nel pannello posteriore le uscite audio e l'alimentazione

Qualità costruttiva

La qualità meccanica del Behringer è migliore di quello che ci potrebbe aspettare. Le manopole sono ben salde e la loro escursione fluida e ben controllabile. Gli interruttori sono anch’essi di buona fattura anche se le plastiche utilizzate non sono piacevolissime al tatto e il suono meccanico generato non è esaltante. Il livello costruttivo è in definitiva buono. Eccellente se rapportato al prezzo d’acquisto. Quella che sarà la sua resistenza nel tempo è tutta da vedere. Gli strumenti Moog hanno una qualità costruttiva superlativa destinata a durare nel tempo. Circa questo clone Behringer si vedrà. L’operabilità, che solo in parte centra con la qualità costruttiva, è buona grazie ad una giusta dimensione delle manopole e al loro apprezzabile distanziamento. L’unica cosa che ho trovato scomoda è l’accoppiamento della sagomatura delle manopole utili alla selezione della forma d’onda e dell’ottava con il sovradimensionamento delle manopole relative all’intonazione. Essendo io masculo non sono dotato di sottili dita femminili e tra queste manopole mi si sono spesso incastrate il che ha determinato l’alterazione accidentale dell’intonazione degli oscillatori due e tre.

 

Conclusioni

Lo ammetto: sono partito prevenuto circa lo strumento oggetto del test. La mia sorpresa relativamente alle sue performance sonore, alla sua qualità costruttiva e alla sua generale usabilità è stata grande. Anche se non identico il suo timbro è molto, molto vicino a quello di un Minimoog e, a parte questo, di indiscussa qualità. La sua estrema trasportabilità e la sua vocazione all’integrazione in un sistema Eurorack ne fanno uno strumento molto contemporaneo, nonostante quella che è la sua anima squisitamente legata al passato. Potrei sbagliarmi ma non credo che Moog Music perderà anche solo una singola vendita dei suoi strumenti per via del clone Behringer. La sua offerta è ampia e rivolta a varie fasce di utenza. La sua capacità di reiventarsi e di stare al passo con i tempi è indiscussa. Se il clone Behringer è orientato all’espansione nella direzione Eurorack, lo è anche Moog, grazie alla recentissima introduzione dell’interessante sintetizzatore semi-modulare Grandmother e ai due gloriosi sistemi table top (e montabili in un sistema Eurorack) Mother 32 e DFam. Il Behringer stesso potrebbe rappresentare un compagno ideale per uno dei modelli Moog appena menzionati. Io posso comprendere il punto di vista dei puristi i quali però hanno relativamente ragione a gridare allo scandalo e a considerare la creatura (o forse sarebbe meglio dire “l’operazione commerciale”) di Uli Behringer un atto immorale da condannare senza riserva alcuna. Sicuramente tante, se non tantissime persone acquisteranno questo prodotto perché ammaliate della sua resa timbrica rapportata alla sua accessibilità. Queste stesse persone, con ogni probabilità, anche se non esistesse il Behringer, non comprerebbero un Moog perché fuori dalla loro portata. Io che sono un fortunato quanto felice possessore di diversi sintetizzatori Moog non ne sostituirò mai neanche uno con il Behringer. Questo, per quanto valido, non ha neanche un briciolo della magia, della poesia e della magnificenza costruttiva e componentistica di un vero Moog. In definitiva uno strumento da tenere in seria considerazione, soprattutto dai neofiti che si avvicinano alla sintesi sottrattiva e che desiderano dotarsi di uno strumento dalle notevoli doti sonore offerto a un prezzo oltremodo accessibile.

 

Pro

Suono convincente

Compattezza/leggerezza

Prezzo

Contro

Controllo qualità migliorabile

 

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