Il 21 febbraio ho visitato lo SMEM, il museo del synth di Friburgo, uno dei luoghi più sorprendenti per chi ama la storia degli strumenti elettronici. Tra Playroom, visita guidata e Schaulager, il percorso rivela una collezione straordinaria e un archivio vivente della musica elettronica
SMEM
Sabato 21 febbraio, nel primo pomeriggio, arrivo a Friburgo per partecipare a una visita guidata allo SMEM, dopo aver prenotato l’accesso nei giorni precedenti. La curiosità era forte: per chi si occupa di sintetizzatori, tastiere e strumenti elettronici, questo luogo è ormai diventato una tappa quasi obbligata.
Lo SMEM – Swiss Museum and Centre for Electronic Music Instruments è archivio, centro culturale e spazio dedicato alla ricerca e alla conservazione degli strumenti che hanno segnato la storia della musica moderna. La collezione comprende circa 5.000 dispositivi tra sintetizzatori, drum machine, campionatori, effetti, mixer e altri apparecchi che raccontano l’evoluzione della tecnologia musicale dagli anni Sessanta fino a oggi.
Per il pubblico di SM Strumenti Musicali, visitare il museo del synth di Friburgo significa entrare in contatto diretto con una parte fondamentale della storia della tecnologia musicale: un luogo in cui queste macchine vengono conservate, studiate e raccontate.
L’arrivo al museo del synth di Friburgo
Dopo aver prenotato online la visita guidata nei giorni precedenti, sabato 21 febbraio arrivo a Friburgo nel primo pomeriggio con un certo anticipo rispetto all’orario previsto. Le visite pubbliche allo Schaulager dello SMEM si tengono infatti il sabato alle 15:00 e l’organizzazione chiede ai partecipanti di presentarsi almeno cinque minuti prima. Il punto di ritrovo è la Playroom, uno spazio che già dal nome lascia intuire un rapporto diretto con gli strumenti.
All’ingresso si percepisce subito un’atmosfera diversa da quella del museo tradizionale fatto di teche e percorsi obbligati. Ci si trova piuttosto in un ambiente pensato per stare tra gli strumenti, parlarne e, quando possibile, anche suonarli. Mentre aspettiamo l’arrivo dell’altro gruppo che parteciperà alla visita guidata, lo sguardo comincia inevitabilmente a vagare per la stanza.
E basta poco per accorgersi che la Playroom ha già molto da dire. Tra gli strumenti presenti si riconoscono subito alcune icone della storia dei sintetizzatori: un Minimoog Model D, un Korg MS-20, un Roland Jupiter-4, un Oberheim OB-8, un Roland Juno-60 e diversi altri strumenti che farebbero brillare gli occhi a qualsiasi tastierista. È un primo assaggio di ciò che attende i visitatori nello spazio principale della collezione.
Nel frattempo arriva anche il resto del gruppo e la guida dello SMEM – Swiss Museum and Centre for Electronic Music Instruments inizia a darci qualche informazione introduttiva sul luogo e sull’organizzazione della visita. La Playroom, ci spiega, è il punto di partenza delle visite allo Schaulager e uno degli spazi più caratteristici del centro: un ambiente pensato per accogliere i visitatori e ospitare incontri, dimostrazioni e momenti di sperimentazione.
Tra uno sguardo agli strumenti e le prime spiegazioni della guida, l’attesa per la visita passa quasi senza accorgersene. L’impressione è quella di trovarsi già dentro la storia dei sintetizzatori, anche se lo Schaulager, il cuore vero della collezione, deve ancora arrivare.
La Playroom: il luogo dove gli strumenti tornano a vivere
Prima ancora di entrare nello Schaulager, la visita allo SMEM passa inevitabilmente dalla Playroom, uno spazio che racconta molto bene la filosofia del progetto. È un ambiente pensato per suonare, sperimentare e incontrarsi attorno agli strumenti elettronici.
Durante l’introduzione la guida ci spiega che la Playroom rappresenta uno dei punti chiave dello SMEM: qui vengono organizzati incontri, workshop, dimostrazioni e momenti di prova con alcuni strumenti della collezione. L’idea alla base del centro è molto chiara: gli strumenti elettronici devono restare macchine vive, da ascoltare e, quando possibile, da suonare.
Questo approccio riflette la missione più ampia dello Swiss Museum and Centre for Electronic Music Instruments. Lo SMEM nasce formalmente nel 2016 attorno alla collezione privata del musicista e collezionista Klemens Niklaus Trenkle, con l’obiettivo di preservare e rendere accessibile un patrimonio unico di strumenti elettronici. Oggi il centro custodisce circa 5.000 dispositivi tra sintetizzatori, drum machine, campionatori, effetti, mixer e altre apparecchiature legate alla produzione musicale elettronica, una delle raccolte più importanti nel suo genere.
Fonte:
SMEM – About / Mission
La Playroom stessa ha una storia interessante: è stata realizzata nel 2018 grazie a una campagna di finanziamento pubblico (Kickstarter) che ha permesso di creare uno spazio dedicato alla pratica musicale e alla divulgazione. Qui si tengono sessioni di ascolto, incontri con artisti, workshop e momenti di studio dedicati alla storia e all’uso degli strumenti elettronici.
Fonte:
SMEM – Playroom
Dopo queste prime spiegazioni, la Playroom appare per quello che è davvero: il luogo in cui lo SMEM presenta il proprio modo di intendere la memoria musicale. Gli strumenti qui hanno ancora un rapporto diretto con il suono, con le mani, con l’esperienza.
A questo punto la guida ci invita a proseguire verso lo Schaulager, dove la collezione si dispiega in tutta la sua dimensione.
Dentro lo Schaulager: il cuore del museo del synth di Friburgo
Quando il gruppo è finalmente completo, la guida ci invita a seguirla verso lo Schaulager, il luogo dove è custodita la parte principale della collezione dello SMEM. L’edificio si trova proprio di fronte alla Playroom. Si entra, si attraversa un corridoio e si sale su un grande montacarichi che ci porta ai livelli inferiori. La sensazione è quella di entrare in un’area di servizio più che in uno spazio espositivo.
Quando le porte si aprono e si percorrono ancora pochi passi, la guida apre un’ultima porta. Ed è lì che arriva il momento che probabilmente ogni appassionato di sintetizzatori immagina, ma al quale è difficile prepararsi davvero.
La prima impressione è quasi uno shock.

Prime viste dello Schaulager: scaffalature dense e strumenti organizzati per tipologia e periodo storico
Davanti agli occhi si apre uno spazio enorme, organizzato con lunghe scaffalature in legno che si estendono in profondità e in altezza. File e file di strumenti: sintetizzatori, drum machine, campionatori, expander, sequencer, tastiere analogiche e digitali. Non pochi pezzi rari in una sala espositiva, ma centinaia e centinaia di macchine raccolte in un unico luogo.
In un attimo cambia completamente la percezione dello SMEM. Se la Playroom offriva una prima chiave di lettura del progetto, lo Schaulager ne mostra tutta la portata: un grande archivio della storia degli strumenti elettronici, organizzato in modo concreto, fisico, quasi travolgente.
Dal 2017, questo spazio ospita una delle più grandi collezioni al mondo dedicate alla musica elettronica. Una parte significativa degli strumenti era originariamente conservata a Basilea e il trasferimento verso Friburgo ha richiesto numerosi trasporti tra le due città per spostare migliaia di strumenti e apparecchiature.
Le scaffalature sono state progettate appositamente per ospitare la collezione e permettono di organizzare gli strumenti in modo estremamente chiaro: per tipologia, per marchio, per epoca. Ogni sezione è densissima, spesso con più esemplari dello stesso modello. Ne emerge una documentazione capillare della produzione di strumenti elettronici.
Ed è proprio questa densità a creare la sensazione più forte.
Si entra magari con l’idea precisa di cercare uno strumento in particolare - il classico esempio potrebbe essere un Yamaha CS-80 - ma dopo pochi minuti ci si accorge che l’attenzione viene continuamente catturata da qualcos’altro.
Ogni scaffale racconta un pezzo diverso della stessa storia: marchi, tecnologie, esperimenti sonori, strumenti diventati iconici e altri quasi dimenticati.
È impossibile non riconoscere alcuni nomi che hanno segnato intere epoche della musica elettronica: EMS, ARP, Buchla, i sistemi PPG, le workstation di campionamento come il Fairlight. Visti così, uno accanto all’altro, diventano oggetti concreti che hanno contribuito a costruire il linguaggio sonoro degli ultimi cinquant’anni.
La guida ci lascia abbastanza liberi di muoverci tra le corsie, ma si sofferma su alcuni strumenti particolarmente interessanti dal punto di vista storico. Tra questi un Hammond Novachord, uno dei primi strumenti elettronici polifonici della storia, e un Theremin, perfetto per mostrare uno dei principi più affascinanti della sintesi sonora: controllare il suono senza alcun contatto fisico con lo strumento.
Accanto a questi pezzi storici ci vengono mostrati anche alcuni dispositivi costruiti appositamente per lo SMEM: piccoli strumenti didattici progettati per spiegare in modo semplice il funzionamento di alcuni elementi fondamentali della sintesi sonora, come oscillatori, filtri e modulazioni.

Strumenti didattici realizzati per lo SMEM per illustrare il funzionamento di oscillatori, filtri e modulazioni
E allora succede una cosa curiosa. Molti strumenti non hanno bisogno di essere accesi per farsi sentire. Basta vederli perché nella mente partano immediatamente i loro suoni: i bassi analogici, le prime texture digitali, i campionamenti degli anni Ottanta e Novanta. Alcuni li riconosci subito, perché li hai ascoltati in mille dischi. Altri invece aprono domande nuove: strumenti che magari hai visto nominare, ma che non hai mai davvero approfondito.
Camminando tra queste scaffalature si ha quasi la sensazione di trovarsi dentro una mappa della musica elettronica degli ultimi cinquant’anni. Tutto è collegato: ogni macchina qui dentro ha contribuito, in qualche modo, a creare suoni che sono entrati nella musica che abbiamo ascoltato, che ascoltiamo e che continueremo ad ascoltare.
La visita guidata dura circa un’ora e racconta la storia della collezione soffermandosi su alcuni momenti particolarmente significativi dell’evoluzione tecnologica.
La collezione: un progetto preciso
La collezione dello SMEM prende forma a partire dal lavoro di Klemens Niklaus Trenkle, sviluppato nel tempo fino a diventare un insieme organizzato di strumenti e tecnologie legate alla musica elettronica. Con l’apertura dello Schaulager a Friburgo, la raccolta viene resa accessibile attraverso un sistema strutturato e consultabile.
Lo spazio dello Schaulager è progettato come deposito attivo della collezione, con scaffalature realizzate su misura per ospitare strumenti di dimensioni e formati molto diversi. La disposizione permette una conservazione stabile e un accesso diretto agli strumenti per attività di ricerca, documentazione e presentazione.
La collezione comprende strumenti provenienti da ambiti diversi della produzione musicale: sintetizzatori, drum machine, campionatori, effetti, mixer, sistemi modulari, dispositivi digitali, oltre a tecnologie legate alla registrazione e alla diffusione del suono. L’insieme include strumenti iconici, modelli meno diffusi e varianti tecniche sviluppate nel tempo.
All’interno della raccolta sono presenti più esemplari dello stesso modello, che documentano modifiche, revisioni e differenze costruttive tra versioni successive. Questo tipo di organizzazione permette di osservare in modo diretto l’evoluzione tecnica degli strumenti e delle soluzioni progettuali adottate dai diversi produttori.
La struttura della collezione consente di seguire lo sviluppo della tecnologia musicale attraverso le diverse epoche, mettendo in relazione strumenti, contesti produttivi e linguaggi sonori.
Fonti:
SMEM – Shaulager
SMEM – Collection
Gli strumenti che ti guardano dagli scaffali
Girare tra gli scaffali è un’esperienza continua, quasi fisica. Gli strumenti sono lì, allineati, ma non restano immobili: ti guardano, ti chiamano, ti tirano dentro. C’è qualcosa di molto particolare nel trovarsi circondati da macchine che hai visto per anni in foto, nei manuali, nei video, e che qui invece sono tutte insieme, nello stesso spazio.
All’inizio la quantità ti blocca. Non sai dove guardare. Poi succede qualcosa: inizi a entrare in relazione con quello che hai davanti. Prima le sezioni, poi le categorie, poi finalmente il singolo strumento. Tastiere, expander, moduli, computer musicali, organi. Ogni passaggio restringe il campo e allo stesso tempo lo rende più chiaro.
A me è successo questo: saltare intere zone quasi senza accorgermene, come se uno strumento mi spingesse verso un altro. La memoria prende il controllo. Ti ricordi suoni, dischi, momenti. E da lì inizi a seguire un filo.
Arrivi ai Moog e ti fermi: Memorymoog, Polymoog, Minimoog Model D, Prodigy. Poi passi ai Sequential: i vari Prophet Rev 3.2 e 3.3, Prophet 600, Prophet 10. E poi ti ritrovi nel reparto Yamaha analogico, una quantità enorme di strumenti. Solo Yamaha conta centinaia di pezzi. La serie CS è tutta lì: CS-5, CS-10, CS-15, CS-20, CS-30, CS-40, CS-50, CS-60, CS-80.
Poi succede qualcosa di personale.
Vedo la serie SY. Per me è un punto preciso nel tempo. Fine anni ’80, primo contatto con un SY77. Da lì è iniziato tutto. Oggi ne ho ancora uno, insieme a un SY99 e un SY85. Qui però ci sono anche gli SY-1 e SY-2, strumenti dei primi anni ’70. Li guardi e senti un collegamento diretto tra epoche diverse, tra tecnologie diverse, tra modi diversi di pensare il suono.
E poi Roland.
Un reparto che sembra infinito: SH-1000, SH-2000, SH-3, SH-3A, RS-101, System-100 Model 101, RS-202, SH-5, SH-7, SH-1, SH-2, RS-505, Jupiter-4, RS-09, VP-330, Promars MRS-2, SH-09, Saturn 09, Jupiter-8, Juno-6, Juno-60, SH-101, Jupiter-6, JX-3P, Juno-106, Alpha Juno-1, Alpha Juno-2, JX-8P.
Ogni nome è un suono. Ogni strumento suona già in testa. E insieme a questa sensazione arriva anche un piccolo attrito: sono lì, a pochi centimetri, e le mani vorrebbero andarci sopra. Programmare, provare, cercare qualcosa. Qui invece osservi, ascolti dentro, accumuli.
Poi si aprono altri mondi.
I campionatori: intere file di macchine E-mu, Akai, sistemi che hanno definito un modo di produrre musica. Le drum machine, i modulari, i sequencer, gli expander di decenni diversi, i registratori a nastro, gli effetti. Ogni sezione è una storia completa.
E in mezzo a tutto questo, anche strumenti meno frequenti da incontrare, come gli Ondes Martenot, o oggetti che raccontano fasi diverse della ricerca sonora.
Per chi lavora con il suono, c’è un altro livello ancora. Io lavoro molto con la sintesi, e in particolare con la FM. Qui la incontri in tutte le sue forme: macchine, evoluzioni, strumenti che appartengono a periodi diversi ma che parlano la stessa lingua. Ti rendi conto di quanto quel tipo di sintesi abbia attraversato decenni e continui a influenzare il modo di costruire suoni.
Alla fine, mentre ti muovi tra gli scaffali, succede una cosa semplice: ogni strumento apre una possibilità. Alcuni li conosci già, altri li immagini, altri ancora li scopri in quel momento. E tutto questo si trasforma in idee.
Il luogo: Friburgo, la vecchia area Cardinal e il dialogo fra memorie
Lo SMEM si trova in Passage du Cardinal 1, a Friburgo, all’interno dell’area oggi conosciuta come Bluefactory. Il nome richiama direttamente la presenza storica della Cardinal Brewery, una delle realtà più significative nella tradizione produttiva della città.
Friburgo conserva un legame esplicito con questa eredità. L’ex area industriale del birrificio è stata trasformata in un distretto dedicato a ricerca, formazione e attività creative, mantenendo una continuità tra passato produttivo e sviluppo contemporaneo.
All’interno di questo contesto, lo SMEM si inserisce come uno spazio legato alla tecnologia e alla produzione culturale. Gli strumenti raccolti nello Schaulager appartengono a un’altra forma di produzione: quella del suono. La collocazione nel sito Cardinal crea un collegamento diretto tra due ambiti diversi, entrambi costruiti attorno a processi, strumenti e trasformazione della materia.
Perché il museo del synth di Friburgo merita il viaggio
Il museo del synth di Friburgo interessa direttamente chi lavora con il suono: musicisti, tastieristi, sound designer, studenti. Allo stesso tempo coinvolge anche chi si avvicina per curiosità, perché mette davanti a oggetti concreti che hanno attraversato decenni di produzione musicale.
La differenza tra vedere uno strumento in foto e trovarselo davanti è immediata. Le dimensioni, i materiali, i pannelli, i dettagli costruttivi cambiano completamente la percezione. Ogni macchina acquista un peso reale e una presenza precisa.
La visita guidata accompagna questo passaggio. Le spiegazioni, i riferimenti storici e gli esempi rendono leggibile una quantità enorme di strumenti e aiutano a orientarsi tra epoche, tecnologie e soluzioni diverse.
Lo SMEM propone anche eventi, workshop, incontri e attività pubbliche. La collezione entra così in relazione con chi la visita e con chi lavora nel campo musicale.
Per me questa visita è stata un incontro diretto con la realtà sonora. Una quantità enorme di strumenti raccolti, conservati e resi accessibili. Un luogo in cui tutto è presente, concreto, disponibile per chi decide di arrivarci. Un’esperienza viva, fatta di osservazione, memoria e possibilità.



















