Fender Rhodes Stage: nato per essere suonato

storia fender rhodes smstrumentimusicaliIn tempi di sintetizzatori e musica elettronica, qualcuno potrebbe pensare che il Rhodes, il piano elettrico per eccellenza, sia destinato a scomparire. Il mondo sembra dividersi tra chi suona e chi produce suoni: un Rhodes è definitivamente solo per chi suona!

 

Fender Rhodes: cenni storici

La storia del piano elettrico Rhodes ha qualcosa di epico: Harold Rhodes era un istruttore di volo alla base di Greensboro in North Carolina e, nel 1942, recuperò da un bombardiere B17 una buona quantità di barre in alluminio per costruirsi una sorta di xilofono personale e per creare una serie di piccoli strumenti musicali per riabilitare i feriti di guerra. Al termine della guerra, reinventò il suo xilofono con un nuovo sistema di generazione del suono meccanico e nel 1965, con l’aiuto prezioso di Leo Fender (sì, quello delle chitarre) lanciò la prima versione a 32 note del Piano Bass, che fu adottato immediatamente da Ray Manzarek dei Doors e prodotto fino alla metà degli anni ‘70.

 

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In alto, Rhodes Piano Bass

 

Se non ci fosse stato Ray, che appoggiò sempre il suo Piano Bass sopra un organo Gibson Kalamazoo o Vox Continental, questa storia forse non sarebbe stata scritta. Il Piano Bass fu prodotto anche con numero di tasti differenti, con una versione a 13 note e una a quattro ottave. Il suono era molto simile al basso elettrico e, soprattutto, il Bass Piano formò anche la base estetica dei modelli successivi.

 

 

Il Rhodes Suitcase

Poco dopo, infatti, fu prodotto il primo pianoforte completo di amplificazione integrata nel cabinet con il coperchio bombato, chiamato Rhodes Suitcase 73 (1964 – primi anni ‘80), con una meccanica eccellente e che fu adottato e sdoganato nel jazz da un certo Herbie Hancock (che ne aveva però una versione modificata), passando per Chick Corea (con buona probabilità il miglior musicista sul Rhodes), Stevie Wonder, Pink Floyd, Deodato, Donald Fagen e moltissimi altri, per arrivare fino ai giorni nostri con Jamiroquai tanto per citare qualcuno molto amato tra i tastieristi. Al modello a 73 tasti seguì quello a 88 prodotto a partire dal 1971. Il problema dei Suitcase era il peso dovuto anche all’amplificazione e al coperchio bombato (cambiato nella serie Mark II), che rendeva difficile appoggiare con sicurezza una seconda tastiera.

 

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I modelli Stage

Il successo del Suitcase 73 fornì lo spunto per produrre il mitico Rhodes Stage 73, il Rhodes per definizione prodotto dal 1971 al 1986, e subito dopo lo Stage 88 (1971-1985). Lo Stage 73 si rivelò essere il giusto compromesso tra peso e lunghezza della tastiera e divenne il simbolo dei pianoforti Rhodes. Una versione a 54 note (Stage 54) vide la luce nel 1980 e fu prodotto fino al 1985, con una meccanica di tastiera di qualità inferiore agli Stage e ai Suitcase. Tutti gli Stage sono pianoforti elettrici passivi, cioè non richiedono alimentazione ma necessitano di un preamplificatore per poter essere utilizzati o registrati. Il peso è sempre stato il limite dei Rhodes: uno Stage 73 pronto per il trasporto pesa circa 60 kg!

 

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I componenti della Sound Bar

 

Come funzionano

Tutti i Rhodes usano un identico meccanismo per la generazione del suono che prende origine dal concetto del diapason, dove la forcella è formata da due rami metallici identici (rebbi) che vibrano per produrre suono. La novità del Rhodes è che i due rami hanno dimensione, forma e massa completamente differenti, ma sono identici nell’intonazione. Qui il tasto aziona un martelletto che colpisce il ramo più piccolo, in forma di spesso filo metallico (Tine) che è connesso a una barra metallica più lunga (Bar), che risuona, per simpatia, con la precedente: un pickup amplifica il suono che deriva contemporaneamente da Tine e Bar. Agendo sulla molla inserita nel filo metallico si può cambiare l’intonazione. La Bar superiore è importante per rinforzare il volume del suono ed è dipendente dall’intonazione di Tine, cioè cambiando l’intonazione con la molla che avvolge Tine, anche la Bar acquisisce la stessa intonazione. Il punto debole del sistema è la durata del filo metallico, che se colpito troppo violentemente tende a rompersi, come accade per analogia con una corda di chitarra. Rhodes sapeva del problema, che ovviamente non può essere risolto, e infatti la sostituzione delle Tine non era coperta dalla garanzia, ma chiunque poteva eseguire la riparazione usando un taglierino dopo aver misurato la giusta lunghezza secondo l’intonazione. L’ultimo elemento sono i pickup, uno per ogni nota, che si incaricano di trasdurre la vibrazione in un segnale elettrico che dovrà poi essere amplificato, seguendo gli stessi dettami di una chitarra elettrica.

Modificare il timbro

Gli Stage hanno un semplice controllo di volume e tono, ma per tutti i Rhodes ci sono tecniche di tuning che possono migliorare enormemente il timbro, per esempio modificando la distanza tra il pickup e Tine: più si avvicina il pickup più si sente la porzione di attacco.

 

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La posizione del pickup influisce sul timbro

 

Alterando l’inclinazione tra Tine e Bar rispetto al pickup si ottengono suoni più o meni ricchi di armoniche, che possono essere ulteriormente modificati agendo sulla vite a molla che tiene in posizione le barre con lo chassis.

 

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La modifica dell'attacco dipende dalla distanza dal pickup

 

In pratica ogni Rhodes può avere un suono differente, che va da colori melliflui e scuri a toni quasi vicini a un Ring Modulator, con tutte le variazioni possibili sull’attacco. A complicare il tutto ci sono stati anche cambi di formula nel metallo utilizzato (le Tine originali prodotte da Raymack furono sostituite con quelle prodotte da Torrington), scelte differenti nel materiale della punta (tip) del martelletto o della disposizione di tip differenti lungo la tastiera, action differente della tastiera dove i primi modelli Rhodes erano i più duri da suonare e gli ultimi sono i migliori anche grazie alla barra di alluminio che consente di controllare l’action. Secondo molti, la migliore action appartiene al Mark V (1984-1986).

 

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Suonare il Rhodes

Come il pianoforte acustico, il Wurlitzer e il Clavinet, anche il piano Rhodes appartiene agli strumenti musicali che interagiscono al meglio con le mani del tastierista, grazie alla meccanica di tastiera che consente infinite sfumature dinamiche e timbriche: l’attacco del Rhodes dipende tutto dalla forza che si applica al tasto, passando da suoni molto soft, quasi sinusoidali, a quelli più aggressivi in grado di mettere in crisi il preamplificatore o la catena effetti successiva. La meccanica è quanto di meglio si possa avere per un pianoforte elettrico ed è sempre stata un piacere da suonare. Qui non ci sono tasti a passo ridotto, leggeri, gommosi o stretti: le dita si piantano su ogni singola nota e la forza è sempre tradotta in dinamica timbrica. Il Rhodes, però, è tutto meno che preciso: più si suona con forza, più i risultati possono essere inaspettati anche con la stessa nota, che è anche il bello di questo strumento. Non ci sono, in pratica, due Rhodes identici, ma si può arrivare a un buon grado di affidabilità e di timbro grazie al fatto che è facile da riparare e da modificare. Un’altra caratteristica fondamentale è l’intonazione stretched, introdotta a metà degli anni ‘70, che cambiò in meglio la musicalità del Rhodes quando inserito in una band.

 

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Tutti i Rhodes erano forniti di pedale per il sustain, che era anche troppo semplice nella sua realizzazione: un pedale a cui è collegato una barra metallica che si infila nel foro per alzare il Tone Bar. La sua peculiarità è la facilità con cui si sposta il pedale senza volerlo: occorre letteralmente incollarlo a terra per evitare che scivoli via… Il Rhodes, come una chitarra elettrica, è solo il punto di principio per chi lo suona: ci si può accontentare di quel suono avvolgente e potente, oppure si può iniziare a esplorare infinite possibilità con i pedali per chitarra. Ci sono alcuni effetti che sono sempre legati al timbro di Rhodes: Vibrato, Tremolo, Chorus, Flanger, Phaser, Wha-Wha, riverberi e Delay per citare i più noti, ma in registrazione si ottengono timbri personalizzati agendo sulla compressione e sull’equalizzazione. Non occorre avere grandi pretese per gli effetti con un Rhodes perché è sempre l’esecuzione che influenza il risultato, più che l’effetto. Lo sapeva bene Donal Fagen, che usò per esempio un Phase 45 sul suo Rhodes, preferendolo al più incisivo Phase 90. Tuttavia ci sono sempre stati punti che potevano essere migliorati. L’esempio più noto è la modifica meccanica ed elettronica introdotta da Chuck Monte con Dyno-My-Piano, che comprendeva anche un effetto chiamato Tri-Stereo Chorus (che diventò un rack negli anni ‘80 con un successo immediato a Nashville), e la possibilità di modificare la posizione dei pickup per cambiare il timbro.

 

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Vintage Vibe Piano

 

Le alternative

Il più recente progetto legato al Rhodes è il Vintage Vibe Piano, che raccoglie la tradizione del piano elettrico riducendo il peso del Tone Generator, con Bar e Tine, e migliorando l’elettronica, con una netta riduzione di peso. Chick Corea e Stevie Wonder sembrano aver adottato questo modello. Non va dimenticata l’apparizione di Rhodes Piano, produttore americano, con il Mark 7 che fece il suo debutto nel 2010 ma non fu mai distribuito in Italia. La terza sorgente, più accessibile, è comprare un modello usato, perché i Rhodes furono prodotti in grandi quantità ed è facile trovarne in giro. Tutto ciò che c’è in un Rhodes ha un pezzo di ricambio disponibile sul mercato, sia vintage che rifatto con tecniche moderne, per cui è facilmente possibile rimetterlo in forma, purché la meccanica di tastiera sia completa. Chiunque suoni una workstation o un arranger sa che esiste il preset Electric Piano o Rhodes che simula l’originale. Purtroppo è solo una simulazione, perché il bello del Rhodes è suonarlo personalmente, esattamente come un chitarrista conosce la differenza tra suonare una chitarra o suonare un VST di chitarra. Le workstation offrono un buon punto di partenza, soprattutto quelle degli ultimi dieci anni dove finalmente il timbro di Rhodes è stato campionato a dovere. Ottimi risultati si possono ottenere anche con l’FM, anche se il famigerato preset E. Piano del DX7 è tutto meno che Rhodes. Tra le migliori realizzazioni software va citata la libreria Spectrasonics Keyscape, che ha un campionamento di un Rhodes LA Custom di incredibile bellezza, un Suitcase di metà anni ‘70 customizzato da Eddy Reynolds, che fu chiamato Rhodes E.

 

 

Altri esempi degni di nota sono lo Stage -73 V di Arturia, oppure il Moddart Pianoteq Electric Pianos, che per la sua sintesi a modelli fisici è quello che più interagisce con la tastiera e il musicista: ecco il nostro test!

 

 

 

Last but not least, vi ricordo l'ottimo PSound Vintage Electric, dove è stato catturato il suono in diverse sfumature di un Rhodes del 1976, di proprietà del Sound Designer Paolo Principi.

 

 

Conclusioni

Non ho mai venduto il mio Stage 73 MK I e il mio 54 (recuperato da un fruttivendolo che lo aveva acquistato per imparare a suonare e non lo aveva mai aperto). Mentre tutti i sintetizzatori sono fantastici per modificare il suono in tempo reale, quando suonare è il vero piacere di un musicista è solo con un vero strumento musicale che si realizza la magia. La grande parte dell’emozione data da un Rhodes è il trasferimento dell’esecuzione in un timbro, come accade per il pianoforte. Sarà vecchio, limitato, pesante, ma le emozioni che trasmette a chi suona e chi ascolta sono ancora insuperabili.

 

 

 

INFO SU INTERNET

Vintage Vibe
The Chicago Electric Piano Co.
Fenderrhodes.com
Electric Piano Forum

 

 

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