pianoforte digitale

Un articolo scritto “di pancia”, diretto, perché a distanza di quasi 36 anni dalla comparsa del primo pianoforte digitale sul mercato, ritengo che il pregiudizio latente da parte di alcuni “puristi” su questo strumento vada demolito.

 

 

Nei forum e nei social fioccano le richieste di appassionati di qualsiasi età, tutti vogliosi di muovere i primi passi con (o riprendere lo studio di) questo affascinante strumento. Leggo spesso però che docenti e pianisti di un certo rango liquidano queste richieste con un laconico: “piglia l’acustico”, snobbando qualsiasi problema logistico a partire dalla convivenza con il vicinato. A loro mi rivolgo: ma conoscete veramente il nemico che volete combattere?

 

pianoforte digitale

 

Sovrano e sudditi

Il pianoforte acustico resta sempre il Re, non si discute: un punto di riferimento per uno studio serio dello strumento - non a caso non si è mai visto un digitale in un concerto classico. Però tra le mura domestiche il sovrano necessita sempre di “aria” e cure costanti per restituire buona musica, oltre a vicini pazienti se vivete in un condominio. Oltretutto, a chi si avvicina semplicemente allo strumento per diletto o passione e ha un piccolo budget, tarpiamo le ali? La variante ibrida o digitale – anche entry level -  è una soluzione per suonare a qualsiasi ora e ovunque, fermo restando sempre l’affiancamento di un insegnante – soprattutto per i neofiti – per acquisire le basi di una corretta postura. L’insegnante dovrebbe essere “aperto” alle nuove tecnologie, non fosse altro per non precludersi altre opportunità come le video lezioni: con il distanziamento sociale non si scherza.

 

pianoforte digitale

 

Il digitale come opportunità

La fisarmonica digitale esiste addirittura da 60 anni, e non conosco fisarmonicisti illustri che la intendono come il "demonio", anzi: un esempio in tal senso è il M. Sergio Scappini, docente dello strumento al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. L'Hammond è "il Re" nel suo mondo, ma anche lui negli ultimi 60 anni è stato "affiancato" da varianti a transistor prima e da cloni basati sul campionamento o la modellazione fisica poi; anche qui - nonostante i tanti pregiudizi - si è mantenuto il parallelismo e i virtuosi dello strumento sanno scegliere secondo il contesto. Se poi ragioniamo di opportunità di lavoro con il pianoforte, mettiamo in conto che chi studia in modo serio su un acustico spostandosi sul digitale avrà sempre "una marcia in più" per cogliere pregi e difetti dell'emulazione, fino a compensare con il proprio estro ove necessario. Un bravo pianista che regala emozioni anche su un digitale oggi avrà un più ampio ventaglio di possibilità lavorative: tanti anni di studio e poi vai a fare l'impiegato, oppure ti adegui al contesto e vivi di musica sulla base delle opportunità? Su questo l’insegnante oggi dovrebbe riflettere. In conclusione, vi ricordo che in Italia c’è chi ha seguito il percorso fin qui descritto: si chiama Stefano Bollani e, benché non li amasse particolarmente, i digitali li ha usati per vivere negli anni di gavetta in studio e sui palchi "pop". Lui oggi sa scegliere secondo il contesto sulla base dell’esperienza, e noi?

 

 

Leave a reply