Una puntata di Synth Legend dedicata a un sintetizzatore italiano poco fortunato sotto il profilo commerciale all’uscita, ma che può ancora regalare belle soddisfazioni al musicista elettronico odierno
Crumar Bit One: pillole di storia
Il titolo di questa puntata non è a caso: questo sintetizzatore fu l’ultimo tentativo del brand italiano, con cui provò a fronteggiare il perdurare della crisi che – a partire dai primi anni ottanta – colpì questo comparto anche in Italia. Ci provò con questo synth “low cost”, che si proponeva quale alternativa ai modelli dell’italiana SIEL, oppure a synth più blasonati (e costosi) di concorrenti stranieri quali i Roland Juno e Jupiter, i Prophet o gli Oberheim.
Comparve nel 1984 e fu studiato da alcuni “big” italiani di cui abbiamo già narrato le gesta in altre puntate di questa rubrica: Luciano Iura fu l’artefice del progetto, mentre tra i collaboratori figurerebbe anche Mario Maggi, il creatore dell’ELKA Synthex.
L’architettura di sintesi del Bit One prevede 12 DCO (due per ogni voce), per sei voci analogiche in totale. Ogni voce dispone inoltre di un VCF, un VCA, due generatori di inviluppi e due LFO. Tra le altre peculiarità segnalo il modo Unison, il supporto al neonato (per l’epoca) protocollo MIDI, oppure la possibilità di organizzare i preset in 64 locazioni di memoria. Per tutte le altre delucidazioni di carattere tecnico vi rimando all’articolo nel blog di Giorgio Marinangeli.
La produzione del Bit One durò solo un anno e subì anche una release in fase di produzione legata al suo filtro, che all’esordio era basato su un chip SSM2044, in seguito fu implementato il CEM3328.
Crumar Bit 99 e l’expander Bit 01
Nel 1985 fu rilasciata l'evoluzione dei Bit One denominata Bit99, che offriva modalità di tastiera Split/Layer dotata di 24 locazioni di memoria per salvare le proprie impostazioni dedicate, la possibilità di allestire delle concatenazioni dei Program per semplificarne il richiamo, un supporto MIDI più esteso e molto altro.
Crumar rilasciò inoltre in questo periodo anche la variante expander, che era già in cantiere all’esordio del Bit One, ma per questioni di budget fu preferito rilasciarla un anno dopo, con tutti gli aggiornamenti introdotti nel Bit 99 e la denominazione Bit 01.
Il canto del cigno: Crumar Bit MMK
Sempre nel 1985 comparve infine una sofisticata MIDI Master Keyboard che – in principio – montava una meccanica a 72 tasti semipesati con supporto per Velocity e Aftertouch regolabile su sei livelli, in grado di fornire fino a due punti di split indipendenti per tre zone impostabili su tastiera. La Crumar Bit MMK era dotata inoltre di doppie porte MIDI Out e un sequencer interno (4.050 note circa).
La serie Crumar Bit in questo periodo fu brandizzata anche con altre denominazioni di aziende o distributori per il mercato estero: per esempio, in Nord America il Bit 99 divenne lo Unique DBK, il Bit 01 lo Unique DBE mentre l’MMK fu rinominato Unique DBM, mentre in Inghilterra furono venduti con il marchio Chase.
Il declino
Nonostante la distribuzione estesa a mezzo mondo e migliaia di esemplari prodotti, il Crumar Bit One e il successivo Bit 99 non riscossero il successo sperato. Quali le cause? Per chi scrive, il problema fu che uscì fuori tempo massimo. Un anno prima dell’esordio del Bit One, Yamaha aveva già presentato il suo nuovo DX7, che fu l’apripista (e un best seller assoluto) della nuova era di sintetizzatori digitali.
Roland nel 1986 presentò il suo D-50, e nel frattempo investiva nel nostro territorio acquisendo la SIEL e i suoi stabilimenti, per trasformarli nella sua divisione europea. Infine, Korg arrivò nel 1987 con il suo M1, un anno dopo la chiusura di Crumar, avvenuta nel 1986. In soli quattro anni ci fu una rivoluzione che “spazzò via” i grossi e pesanti sintetizzatori analogici “pre MIDI”, relegandoli negli studi di una nicchia di appassionati per diverso tempo.
Il passaggio a LEM
Alla chiusura dell’azienda, l’intero progetto Bit fu acquisito dal gruppo GEM/LEM, che continuò a produrre la serie apportando alcuni piccoli ritocchi: per esempio, sulla MIDI Master Keyboard MMK fu montata una meccanica pesata a 72 tasti, sempre con supporto all’Aftertouch.
Nel 1988 la produzione cessò: il patron di GEM/LEM, Matteo Galanti, stava trattando l’acquisizione di ELKA e del suo stabilimento a Recanati, per investire su nuove linee di produzione dove realizzare dei sintetizzatori all’avanguardia. Buona parte del team di progettazione ex Crumar confluì nel reparto R&D di quella che – in seguito – divenne la Generalmusic.
Quanto vale un Crumar Bit One?
Oggi le quotazioni di un Crumar Bit One raggiungono cifre importanti (si parte da 950 €), cifre che possono lievitare se il venditore ha aggiornato il sintetizzatore con le risorse che trovate nel prossimo capitolo. Per un Crumar Bit 99 le quotazioni variano dagli 800 € fino ai 1.350 € secondo lo stato di uso. Per l’expander Bit 01 leggo quotazioni online che possono superare i 1.350 €!
Le quotazioni possono calare se si tratta di modelli Bit realizzati da GEM, mentre per la Master Keyboard MMK con tasto pesato la quotazione è intorno ai 450/500 €. Se vi state chiedendo i motivi di certe quotazioni sostenute, calcolate che i serie Bit “suonano” ancora bene e possono ben figurare nello studio del producer di musica elettronica in cerca dello strumento con timbriche capaci di distinguersi nel mix.
Risorse hardware
Avete la fortuna di possedere un Bit One e non volete impazzire oggi con il suo ostico pannello comandi? In soccorso giunge la tedesca Stereoping, che realizza una compatta superficie di controllo esterna (CE-1) con cui gestire buona parte dei parametri del sintetizzatore.
L’unica accortezza richiesta è l’aggiornamento del firmware del Bit One con quanto programmato da Tauntek: se non “masticate” della materia, meglio affidarsi a tecnici qualificati per l’operazione. Il costo? La superficie di controllo è venduta online al prezzo di 270 € (spese di spedizione escluse), a cui bisogna aggiungere l’eventuale costo per l’aggiornamento firmware del Bit One affidato a terzi.
Risorse software
Non avete budget per un Crumar Bit vintage? Niente paura, il web propone simulazioni di buona fattura a costo zero, come il Bucket One, disponibile per piattaforme macOS e Windows a 32 o 64 bit. La polifonia in questa simulazione sale a ben 64 note, inoltre supporta il sysex ed eventuali backup da nastro provenienti dall’originale, il MIDI Learn e l’interfaccia è scalabile a piacere. Il prezzo? Fate voi… Bucket One è proposto con la formula Donationware.
Passiamo ora agli approfondimenti previsti in questa puntata di Synth Legend dedicata al Crumar Bit One.
Dal blog di Giorgio Marinangeli
L’esemplare preso in esame (uno dei primi dotato di chip SSM) fa parte della collezione personale di Giorgio, che da qualche anno lo accudisce amorevolmente nel suo studio. Proprio uno degli ultimi interventi di manutenzione ha fatto scattare in noi la voglia di proporlo su Synth Legend. Giorgio mostra i vari componenti del suo strumento fornendo descrizioni sull’architettura di sintesi. Ecco un estratto del suo racconto:
“Il Crumar Bit One è un sintetizzatore ibrido in cui la CPU gestisce e controlla il pannello comandi, la selezione dei parametri e l’assegnazione delle voci, mentre la produzione del suono è affidata a una combinazione di circuiti analogici e temporizzatori digitali. Ciascuna voce del Bit One comprende due DCO, un VCF, un VCA, due inviluppi e due LFO: un arsenale di tutto rispetto per un synth dell'epoca. Si tratta quindi di una struttura, tutto sommato, classica, ma resa peculiare dal modo in cui la logica digitale governa il comportamento dei vari blocchi di sintesi.”
Clicca QUI per leggere l'articolo completo nel blog di Giorgio Marinangeli
Il video di Marcello Colò
Le demo sul tema dell’amico Marcello possono sorprendere: ma può un sintetizzatore italiano di metà anni ottanta avere un carattere così distintivo in un mix? Si, il Crumar Bit One ce l’ha: buona visione…
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